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Bonus ristrutturazione 2024: come funziona, le regole

Il bonus per la ristrutturazione edilizia relativa al 2024 è un’agevolazione che spetta per diversi lavori realizzati nelle proprie abitazioni. Consiste in una detrazione Irpef del 50% per le spese sostenute, fino al limite di 96mila euro per unità immobiliare. Potrà beneficiare dello sconto sull’imposta chi realizza i lavori e sostiene le spese, pagando con bonifico bancario o parlante.

Non cambiano le regole rispetto allo scorso anno, dai lavori agevolabili ai soggetti che possono ottenere l’agevolazione. L’accesso al bonus ristrutturazioni apre anche al bonus mobili ed elettrodomestici. A patto che si rispettino determinati requisiti energetici. Per gli acquisti del 2024 è prevista un’agevolazione del 50% delle spese sostenute fino al limite di 5mila euro in 10 rate annuali. Chi realizza interventi sulla propria abitazione, nel rispetto delle regole previste dall’articolo 16-bis del TUIR, avrà quindi diritto a un “rimborso IRPEF da spalmare in 10 anni.

Il bonus elettrodomestici

L’agevolazione si ottiene con la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui si sono sostenute le spese. Ma anche con un modello 730 o con il modello Redditi Persone Fisiche. L’accesso al bonus ristrutturazione permette anche di beneficiare del bonus per l’acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici, che rispettano determinati requisiti energetici. I forni, ad esempio, devono essere almeno di classe A. Le lavatrici almeno classe E, così come le lavastoviglie, mentre frigoriferi e congelatori devono essere almeno di classe F.

Il contributo ristrutturazione

L’agevolazione spetta per una serie precisa di interventi. Adnkronos li riporta come segue:

– lavori di manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro. Risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia. Effettuati su parti comuni di edifici residenziali, ovvero su condomini.

interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia effettuati su singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e pertinenze.

Oltre agli interventi in questione consentono l’accesso al bonus ristrutturazione anche i lavori che si realizzano in proprio, in economia. La detrazione spetta anche per le spese sostenute per l’acquisto dei materiali. Per fare alcuni esempi, ecco dei lavori che rientrano nella manutenzione ordinaria. La realizzazione e il miglioramento dei servizi igienici; la sostituzione di infissi esterni e serramenti o persiane. Il rifacimento di scale e rampe. Gli interventi per il risparmio energetico. Ci sono poi la recinzione di un’area privata, o la costruzione di scale interne.

Detrazione per il bonus, a chi spetta

La detrazione è destinata a chi è chiamato al pagamento delle imposte sui redditi. Sono compresi anche i soggetti che hanno residenza fuori dall’Italia. L’agevolazione è riservata a chi sostiene le spese. Possono accedere al bonus ristrutturazione: proprietari o nudi proprietari; titolari di un diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie); locatari o comodatari. Ma anche soci di cooperative divise e indivise; imprenditori individuali, per gli immobili non rientranti fra i beni strumentali o merce.

La detrazione in 10 rate annuali dello stesso importo si ottiene con la dichiarazione dei redditi. Con la presentazione del modello 730/2024 o del modello Redditi PF 2024 si recupereranno le somme relative alle spese sostenute nell’anno 2023 o le rate di spese sostenute in anni precedenti. A differenza di quanto previsto per gli scorsi anni, è stata fortemente limitata la possibilità di beneficiare della cessione del credito e dello sconto in fattura. Può continuare a sceglierle chi ha presentato la CILA (comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 16 febbraio 2023.

Pensione anticipata ordinaria: novità per ottenerla

La pensione anticipata ordinaria è in vigore dal 2012. Con un recente messaggio l’INPS aggiorna la procedura per la domanda di ottenimento. Di fatto si tratta di una semplificazione che rende più fruibili anche i servizi telematici dell’Istituto.

Con il messaggio numero 41 dell’11 marzo 2024 l’INPS ha aggiornato la procedura per la domanda inerente alla pensione anticipata ordinaria. Con questa dicitura si fa riferimento ad una prestazione con sistema di calcolo misto o contributivo che spetta in determinate condizioni, prima del raggiungimento dell’età pensionabile effettiva. Il messaggio in questione ha come oggetto Pensione anticipata ordinaria. Semplificazione delle domande telematiche, e in tal senso si preannuncia una semplificazione per poter accedere ai servizi informatici dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

L’aggiornamento alla domanda per la pensione anticipata ordinaria

Con l’aggiornamento, le domande per la pensione anticipata ordinaria possono essere effettuate direttamente dal sito web ufficiale dell’INPS oppure utilizzando i servizi offerti dagli istituti di patronato riconosciuti dalla legge. In alternativa, lavoratori e lavoratrici che intendono presentare domanda potranno contattare telefonicamente il Contact Center Integrato (numero verde 803164 – gratis da rete fissa, o 06 164164 – numero da rete mobile, a pagamento). Fatte queste premesse importanti è bene chiarire in che modo funzioni la pensione anticipata ordinaria.

Questa prestazione è prevista dalla Legge Fornero di riforma del sistema previdenziale e pensionistico e trova disciplina all’art. 24 comma 10. In sostanza, la pensione anticipata ordinaria prende il posto della anteriore pensione di anzianità e permette di ottenere il diritto al pensionamento ad un’età inferiore rispetto a quello previsto per il pensionamento di vecchiaia. Per il raggiungimento del requisito sono necessari e utili tutti gli accrediti contributivi obbligatori, volontari, da riscatto e figurativi. Come precisa il testo del provvedimento: “Con riferimento ai soggetti la cui pensione è liquidata a carico dell’AGO e delle forme sostitutive ed esclusive della medesima, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, l’accesso alla pensione anticipata è consentito se risulta maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne“.

Periodo ‘finestra’ e altri requisiti

L’accesso alla pensione anticipata ordinaria è consentito ad ogni iscritto presso la generalità delle gestioni previdenziali amministrate dall’INPS. A partire dalla maturazione del requisito contributivo, prima dell’ottenimento effettivo della pensione, è previsto un tempo d’attesa di un trimestre, periodo nel quale si potrà continuare a lavorare. Tale periodi di attesa, chiama nel gergo ‘finestra‘, a partire dal 2025 sarà esteso fino a raggiungere i 9 mesi nel 2028 per gli iscritti alle ex Casse amministrate dal Tesoro. Altro aspetto che occorre precisare è relativo al fatto che per poter accedere alla prestazione non è previsto un requisito anagrafico minimo.

Inoltre, per effetto del D.L. n. 4/2019, come modificato dalla Legge di Bilancio 2024, al requisito contributivo non si applicano, sino al 31 dicembre 2024, gli adeguamenti alla speranza di vita indicati dall’ISTAT. Infine, vale la pena precisare che esistono anche altre pensioni anticipate, da non confondere con la pensione anticipata ordinaria. In altri casi, si trova infatti la pensione anticipata contributiva che richiede minimo 64 anni di età e almeno 20 anni di contributi. Altre ancora sono l’anticipo pensionistico APE Sociale, la pensione anticipata per lavori usuranti, e la pensione anticipata per lavoratori precoci, ciascuna con requisiti specifici.

Case green, cosa cambia per gli edifici con la direttiva europea

La direttiva europea sulle case green porterà alla riqualificazione “in pochi anni di oltre 500mila edifici pubblici. E di circa 5 milioni di edifici privati con le prestazioni più scadenti, ognuno dei quali composto da una o più unità immobiliari. Senza contare le nuove costruzioni”. È la stima della Fillea Cgil. Con il 55% della riduzione dei consumi energetici che dovrà essere ottenuto tramite la ristrutturazione degli edifici con le prestazioni inferiori, entro il 2030 – calcola il sindacato – “le ristrutturazioni dovranno coinvolgere il 15% degli immobili in classe F e G. E anche, entro il 2033, il 26% degli edifici di classe energetica più bassa. Cioè il 43% degli immobili meno efficienti dovrà essere riqualificato”.

Gli interventi a seguito della nuova direttiva Ue sulle case green necessiteranno anche di una valutazione nell’ottica della riforma fiscale. Così in sintesi il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ad Agorà su Rai Tre il 13 marzo. “Gli interventi si dovranno valutare anche nell’ottica della riforma fiscale, però non è qualcosa di immediato ed automatico” ha detto durante il programma condotto da Roberto Inciocchi. “Bisogna fare una scala di priorità degli interventi che vanno dalle pompe di calore al doppio vetro e naturalmente con una programmazione“. Il ministro ha comunque sottolineato che la direttiva “è un vincolo di Stato, non è un vincolo per i singoli. Quindi è una valutazione che deve fare lo Stato“.

Case green, i costi per il Codacons

Gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici comportano un costo medio compreso tra i 35mila e i 60mila euro ad abitazione, e solo per la sostituzione della caldaia con un modello di nuova generazione la spesa può arrivare in Italia a 16mila euro. Lo afferma il Codacons, commentando le nuove misure varate dall’Ue in tema di case green. I lavori di riqualificazione più comuni e che interessano cappotto termico, infissi, caldaie e pannelli solari hanno costi molto diversificati a seconda della tipologia dei materiali scelti e dell’ubicazione territoriale degli edifici.

Il cappotto termico, ad esempio, ha un costo medio compreso oggi tra i 180 e i 400 euro al metro quadrato, mentre per gli infissi la spesa varia in media da 10 a 15mila euro. Per una nuova caldaia a condensazione, considerata una abitazione da 100 metri quadri, la spesa va dai 3mila agli 8mila euro, mentre per l’acquisto e l’installazione di una pompa di calore il costo oscilla tra i 6mila e i 16mila euro a seconda dell’impianto scelto, analizza il Codacons.

Per un impianto fotovoltaico da 3 kW la spesa da sostenere è di circa 7.500-10.500 euro, a seconda del tipo di pannelli fotovoltaici utilizzati. Gli interventi di riqualificazione energetica previsti dall’Ue determinerebbero quindi un costo complessivo medio tra i 35mila e i 60mila euro considerando una abitazione di 100 mq, e potrebbero determinare nel medio termine effetti enormi sul mercato immobiliare, portando ad una svalutazione fino al 40% del valore degli immobili non oggetto di lavori di riqualificazione, conclude il Codacons.

Cosa prevede la direttiva europea

Innanzitutto, la direttiva prevede che tutti gli edifici privati di nuova costruzione siano a emissioni zero a partire dal 2030. I nuovi edifici occupati dalle autorità pubbliche o di loro proprietà dovranno raggiungere quest’obiettivo due anni prima, a partire dal 2028.

Per gli edifici residenziali non di nuova costruzione, gli Stati membri dovranno adottare misure per garantire una riduzione dell’energia primaria media utilizzata (rispetto al 2020) di almeno il 16% entro il 2030. E di almeno il 20-22% entro il 2035. Gli Stati membri dovranno inoltre ristrutturare il 16% degli edifici non residenziali che hanno le peggiori prestazioni entro il 2030 e il 26% entro il 2033, introducendo requisiti minimi nazionali di prestazione energetica da rispettare per tutto il settore dell’edilizia.

I paesi Ue dovranno inoltre spiegare come intendono predisporre misure vincolanti per decarbonizzare i sistemi di riscaldamento e raffreddamento. Tutto al fine di eliminare gradualmente entro il 2040 i combustibili fossili usati in questi sistemi. A partire dal 2025, sarà vietata la concessione di sovvenzioni alle caldaie autonome a combustibili fossili. Saranno ancora possibili, invece, gli incentivi finanziari per i sistemi di riscaldamento che usano una quantità significativa di energia rinnovabile, come quelli che combinano una caldaia con un impianto solare termico o una pompa di calore. La nuova normativa non si applicherà agli edifici agricoli e agli edifici storici. Gli Stati membri, inoltre, potranno decidere di escludere anche altri edifici protetti per il loro particolare valore architettonico o storico, gli edifici temporanei, le chiese e i luoghi di culto.

Valli dell’idrogeno in Italia, cosa sono e quante saranno

L’Italia va verso una significativa produzione di idrogeno per sviluppare al massimo la transizione energetica. In conformità all’orientamento e alla volontà di tutta Europa, anche il nostro Paese sta accrescendo gli sforzi per passare da un’economia basata sui combustibili fossili, specialmente per quel che riguarda la produzione di energia e i trasporti, a una centrata sulle fonti rinnovabili: vento, sole, acqua.   

È una rivoluzione epocale. Serviranno generazioni per portarla a termine. Ma è già cominciata. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), a tutt’oggi misconosciuto nei suoi dettagli dai media come dall’opinione pubblica, prevede la costruzione di 52 valli dell’idrogeno italiane. Il Governo ha stanziato 500 milioni di euro a questo scopo.

Idrogeno, il nuovo ‘oro’ pulito

Cifre e dati sono emersi in questi giorni nel corso di un convegno in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini. Un evento organizzato da H2It, l’Associazione italiana idrogeno e l’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile). Vi hanno partecipato il ministero dell’Ambiente, la Regione Emilia-Romagna e la Regione Puglia.

Ci sono 50 milioni di euro che sono riservati ai progetti bandiera di rilevanza strategica per le regioni; i restanti 450 milioni finanzieranno la produzione di idrogeno in aree industriali dismesse. La metà dei fondi è destinata a progetti nel Sud e nelle Isole per un totale di 225 milioni. Le regioni con più progetti finanziati sono la Campania, con 6 progetti, seguita dalla Puglia (5) e da Lombardia, Trentino-Alto Adige e Sicilia (4).

Cos’è l’idrogeno

Come sottolinea sul suo sito Enel Green Power, tra i tanti elementi che compongono la materia, l’idrogeno è il più leggero e il più abbondante. Costituisce quasi il 90% della massa visibile dell’universo, per la maggior parte nella sua forma gassosa, costituita da una semplice molecola a due atomi (H2). Tale molecola, in un’atmosfera ricca di ossigeno come quella terrestre, brucia in modo simile al metano o al gas di città. Tra i combustibili convenzionali, inoltre, l’idrogeno è quello con il massimo contenuto di energia per unità di peso, tre volte superiore a quello della benzina.

Ma l’idrogeno è anche il propellente di cui si alimentano le reazioni di fusione nucleare con cui bruciano le stelle. È da questo straordinario elemento, dunque, che si origina l’energia rinnovabile che ogni giorno la Terra riceve dal Sole. Inoltre, utilizzato nelle celle a combustibile, si combina con l’ossigeno per produrre energia elettrica e acqua. Per le sue caratteristiche, l’idrogeno verde può giocare un ruolo decisivo in un mondo a zero emissioni inquinanti.

La decarbonizzazione

L’elettrificazione tramite energie rinnovabili sarà la strada principale, oltre che la più efficiente per la decarbonizzazione. In ambito aziendale si parla di decarbonizzazione quando si attuano politiche per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Nel comparto energetico un processo di decarbonizzazione è, ad esempio, la conversione di una centrale a carbone o a olio combustibile in una centrale meno inquinante.

Tuttavia, ci sono alcuni usi finali che ad oggi sono più difficili da decarbonizzare tramite un processo di elettrificazione diretta. Qui è dove l’idrogeno verde può penetrare per realizzare la piena decarbonizzazione. Questi settori sono anche chiamati “Hard to abate” (difficile da abbattere) e consistono principalmente nel settore industriale, dell’aviazione e marittimo.

Usa, economia fattore chiave delle elezioni: ecco la situazione

Entra nel vivo la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi e l’economia, come sempre, si colloca al centro dei temi che i candidati discutono per persuadere gli elettori a votarli. Si tratta di un tema dal grande peso, soprattutto considerando che, come dicono gli esperti, gli americani “votano col portafoglio o pensando al portafoglio”.

Ma come sta l’economia Usa? In uno speciale approfondimento di Sky Tg24 del 7 marzo di è evidenziato il parere di molti osservatori. Ovvero che – guardando ai macrodati come salari, inflazione, disoccupazione, Borsa – gli americani stanno economicamente meglio ma non lo percepiscono. Questo della percezione e dello stato dell’economia è un dibattito molto sentito negli Usa. Se l’economia va bene, perché la gente è convinta di stare peggio?

Guardando l’andamento dell’inflazione americana, spiega ancora SkyTg24, cioè la differenza tra i prezzi di cibo, beni primari di consumo e altro, rispetto a quelli dell’anno precedente, alcune differenze si notano. Sotto la presidenza Trump non era successo granché, a parte un periodo di recessione in cui l’America scese a un certo punto, e la pandemia di Covid, nella fase terminale della presidenza del tycoon (2016-2020). Poi, arrivato Biden alla Casa Bianca, son accadute altre cose e l’inflazione è risalita.

Economia e inflazione

È arrivata fino al 9,1%, per poi calare. L’attuale presidente, quindi, ha rivendicato di aver riportato l’inflazione sotto controllo. Ma si tratta del tasso d’inflazione. Se guardiamo all’andamento dei prezzi, che è quello a cui la gente fa attenzione quando fa la spesa, notiamo che la curva dall’inizio della presidenza Biden – così come da noi – si è stabilizzata. E tuttavia i prezzi fanno segnare +18%. Le merci, dunque, costano il 18% in più rispetto all’inizio del 2021 Questo non ci racconta ancora tutta la storia. Perché è vero che i prezzi sono aumentati, ma i salari sono altrettanto cresciuti? Sono aumentati allo stesso modo per permettere alla gente di comprare le stesse cose?

In America si può dire di sì, come macrodati. Alla grossa si è mantenuto il potere d’acquisto, pur togliendo i picchi che sono pandemia, guerre, eccetera. Si vede che la tendenza della linea da Trump a Biden è quella di un relativo aumento, in generale, del potere d’acquisto. Quindi sono aumentati i prezzi, è vero, ma sono aumentati anche i salari. Parliamo della media, ovviamente, perché ad esempio in aeree rurali o più povere ci sono situazioni diverse.

Il problema del costo della benzina

Interessante guardare anche i dati relativi ai carburanti per i trasporti, pubblici e privati, a cominciare da quelli della benzina. Negli Stati Uniti questo è un tema sensibilissimo per gli elettori. La benzina oggi costa di più rispetto all’inizio della presidenza Biden. Ovvero 3,5 dollari al gallone contro 2,5. Però è molto scesa rispetto al picco registrato a giugno 2022. Traducendo in euro al litro, la media nazionale (perché negli Usa il prezzo cambia molto da uno Stato federato a un altro) è di 90 centesimi al litro oggi. Mentre era di 60 centesimi all’inizio della presidenza Biden. È chiaro che si tratta di valori se non esorbitanti certamente piuttosto rilevanti. Che agli elettori non piacciono. Ed anche per questa ragione che Joe Biden sconta un picco al ribasso delle sua popolarità presso i connazionali.

Donne imprenditrici, in Italia sono un terzo degli uomini

L’impresa è un terreno tradizionalmente dominato dagli uomini, ma in Italia la presenza delle donne a capo delle aziende sta gradualmente crescendo. Con oltre 4 milioni e 800mila imprenditori operanti nel 2021, le donne rappresentano il 30% di questa forza lavorativa, quindi circa 1,6 milioni. Nel 2015 erano il 29,1%. Sono i dati dell’Istat in occasione della Giornata internazionale della Donna, 8 marzo 2024.

Nonostante questo incremento, le imprenditrici affrontano ancora sfide significative nel panorama imprenditoriale italiano. Una delle caratteristiche più sorprendenti è l’età media più bassa delle donne rispetto ai loro colleghi maschi. Con 49 anni contro i 52 degli uomini, le imprenditrici sono più giovani, grazie soprattutto alla presenza più consistente di donne sotto i 35 anni, che rappresentano il 37,1% di questa categoria. Sebbene questa presenza giovane contribuisca ad attenuare lo squilibrio di genere, non riesce però a cancellarlo del tutto.

Imprenditrici giovani e preparate

Tuttavia, mentre nella classe di età superiore ai 50 anni le donne rappresentano il 26,5% degli imprenditori, questo squilibrio si riduce leggermente nella fascia d’età centrale (33%) e in modo più significativo tra i più giovani. In quest’ultima fascia d’età, infatti, la quota femminile raggiunge addirittura il 37,1%. Un dato incoraggiante è l’aumento della presenza femminile in tutte le classi di età rispetto all’anno che l’Istat ha preso a riferimento: il 2015. C’è un incremento particolarmente significativo tra le under 35 (+1,7 punti) e tra le 35-49enni (+2 punti).

Inoltre, le differenze nella distribuzione territoriale delle sedi aziendali sono minime, con la presenza femminile che varia dal 28,6% tra gli imprenditori che guidano imprese del Mezzogiorno al 31,6% nelle regioni del Centro. Questa omogeneità territoriale suggerisce che l’imprenditoria femminile è diffusa in tutto il Paese, senza distinzioni geografiche significative.

Donne, i settori prediletti

Nel panorama dell’imprenditoria italiana, emergono chiaramente le tendenze e le disparità di genere nei diversi settori economici. I Servizi dominano come habitat principale delle donne imprenditrici, rappresentando il 90,7% di questa categoria. La presenza femminile nel comparto industriale è minima, con solo il 6,4% delle imprenditrici operanti in questo settore e marginale nelle Costruzioni, confermando così una forte caratterizzazione maschile.

Analizzando i dati rispetto al 2015, si nota un trend non uniforme tra i vari settori. Mentre le imprenditrici nei Servizi registrano una crescita significativa, con un aumento di circa 76.027 unità, si osserva una diminuzione di quelle impegnate nell’Industria e un leggero calo nel settore delle Costruzioni. Entrando nel dettaglio, le imprenditrici sono più propense a guidare imprese nelle Attività professionali, scientifiche e tecniche, nella Sanità e assistenza sociale, nei Servizi di alloggio e ristorazione e in Altri servizi alla persona rispetto ai loro colleghi maschi. Tuttavia, anche in questi settori, i divari di genere restano significativi, con le donne che rappresentano poco più di un terzo degli imprenditori nei Servizi.

Le meno giovani hanno dipendenti

Un altro dato interessante riguarda la struttura aziendale e l’assunzione di dipendenti. Mentre un numero considerevole di imprenditrici gestisce attività senza dipendenti, si osserva che le donne più anziane e con più esperienza sono più propense a guidare imprese con un numero maggiore di dipendenti.

Tuttavia, lo squilibrio di genere rimane evidente, specialmente nelle imprese con un numero medio di dipendenti, dove le donne rappresentano solo una piccola percentuale del totale degli imprenditori. La caratterizzazione di genere si estende anche al personale dipendente, con una percentuale significativamente più alta di dipendenti donne nelle imprese guidate da donne rispetto a quelle guidate da uomini, sia nei Servizi che nell’Industria.

 

Reddito Alimentare: a chi spetta e come funziona

Il Reddito Alimentare ha preso il via dalle Città Metropolitane di Genova, Firenze e Napoli. Si tratta della nuova misura sperimentale, con validità triennale, che consiste nell’erogazione di pacchi alimentari.

I pacchi alimentari erogati alle famiglie e ai soggetti meno ambienti, che compongono il Reddito Alimentare, provengono da prodotti invenduti di magazzini e negozi del settore alimentare. La nuova misura sperimentare per i Comuni capoluogo delle Città Metropolitane di Genova, Firenze, Napoli e Palermo ha preso il via ed ha una durata di tre anni. Le proposte progettuali dei Comuni e degli Enti devono pervenire entro il 31 marzo 2024 seguendo criteri e modalità indicate. Questa misura si affianca alla carta risparmio spesa e all’assegno di inclusione ed ha l’obiettivo di porsi contro la povertà e allo stesso tempo contro lo spreco.

Cos’è il Reddito Alimentare

Nello specifico, è bene precisare che con il termine ‘invenduto’ si fa riferimento a cibi e bevande che non sono idonei alla vendita ma che sono ancora in ottimo stato di conservazione. Il Reddito Alimentare, pertanto, si presenta come un supporto immediato e concreto che sarebbe indirizzato a circa 3 milioni di persone. In questo senso la misura si presenta come una razionalizzazione delle risorse alimentari al fine di fornire allo Stato la capacità di intervento per contrastare anche la povertà alimentare.

Secondo quanto previsto dal decreto del Ministero del Lavoro, a poter usufruire del Reddito Alimentare sono sia i soggetti iscritti agli elenchi detenuti dalle Organizzazioni partner Territoriali (OpT) della distribuzione del programma FEAD, sia altri soggetti segnalati da servizi sociali territoriali competenti e altresì soggetti segnalati da altre organizzazioni del Terzo Settore. La misura riguarda innanzitutto le Città Metropolitane e, dopo eventuali riscontri positivi, potrà essere destinata anche ai centri più piccoli.

Al via alla misura sperimentale

I pacchi, previsti dal Reddito Alimentare, potranno essere prenotati tramite un’apposita App e successivamente i beni potranno essere ritirati o presso i centri di distribuzione o consegnati direttamente al domicilio delle persone beneficiarie. I progetti che fanno parte della misura coinvolgono i Comuni, i soggetti pubblici e gli Enti del Terzo Settore già attivi nell’ambito dell’assistenza alimentare a famiglie o persone singole che si trovano in condizioni di grave povertà. Coinvolti anche gli operatori del settore alimentare che si mostreranno disponibili a prendere parte alla misura. Al fine di poter presentare la proposta progettuale occorre inviare una richiesta di abilitazione all’indirizzo di posta elettronica preciso (supporto.redditoalimentare@lavoro.gov.it).

Un utente che non ha mai effettuato l’accesso al portale Servizi Lavoro dovrà accedere mediante la propria utenza Spid al link apposito (https://servizi.lavoro.gov.it/) prima di inviare la richiesta tramite mail. Lo scorso 27 luglio 2023 il Ministero del Lavoro aveva pubblicato il decreto attuativo della misura oggetto. Il Decreto n. 78 del 26 maggio 2023 stabilisce i presupposti per la sperimentazione triennale della misura prevista dal comma 434 della Legge di Bilancio 2023. Lo scorso 27 dicembre 2023 è stato firmato il Decreto direttoriale prot. n. 41/468 di impegno delle risorse per il triennio 2023-2025 e di approvazione dell’Avviso pubblico, di tipo non competitivo, rivolto ai Comuni capoluogo delle Città Metropolitane (indicate) per la presentazione dei progetti.

Gratteri spiega l’economia mafiosa, che oggi viaggia sui social media e sul darkweb

TikTok è la vetrina delle mafie: “Si fanno vedere ricchi, firmati, con tanti soldi e dicono ‘noi siamo il nuovo modello, vuoi diventare come noi? I giovani non strutturati si trovano avviluppati e pensano che quello sia il loro futuro. I social per i mafiosi sono una sfida alle istituzioni, un’esternazione di arroganza”. Così il magistrato Nicola Gratteri, procuratore capo a Napoli, intervistato da Marco Carrara a Timeline su Rai 3, il 10 marzo.

La posizione di Gratteri, uno dei più importanti magistrati antimafia d’Europa, non è una novità ma contribuisce a mettere in luce l’importanza dei social media per l’economia mafiosa. Lo scorso novembre, intervistato a In altre parole, su La 7, da Massimo Gramellini, l’esperto di mafie ha analizzato l’evoluzione del sistema comunicativo mafioso, che oggi fa leva sull’influenza dei social media sulle nuove generazioni e sulla loro percezione della ricchezza e del successo.

Mafia, tecnologia e impresa criminale

La mafia si è sempre comportata come un’azienda” aveva spiegato Gratteri. “Persino cento anni fa: si faceva pubblicità, come quando i rampolli mafiosi in processione facevano offerte cospicue al santo di turno, sotto gli occhi di tutti. Era una dimostrazione di potere. Come l’acquisto, negli anni Sessanta, di allenatori e squadre di calcio, che cominciavano così a scalare le classifiche”.

Il magistrato, come riportò sulla Stampa Sofia Li Crasti, aveva poi lanciato un monito, lamentando l’inefficienza della tecnologia in Italia: “Le mafie, oggi, sono più contemporanee di noi. Ci sono mafie in grado di appoggiarsi ad hacker stranieri per costruire nuovi Instagram, nuovi WhatsApp, nuovi Telegram, e costruire in questo modo un sistema di comunicazione che elude i controlli ufficiali. Ciò significa che negli ultimi decenni, in Italia, non si è investito in tecnologie, ma attenzione: il futuro delle mafie sono le piattaforme web e darkweb“.

I social e la diffusione del Fentanyl

Inoltre, secondo Gratteri, i social media contribuiscono in maniera preponderante alla diffusione delle droghe. E ciò perché “ormai la droga viaggia anche sui social, e quindi diventa un problema che scavalca gli Stati, la politica“. Per questo il procuratore capo di Napoli si è appellato all’esigenza di costruire un sistema normativo forte, che possa arginare il danno.

E ha aggiunto: “C’è uno spaventoso aumento del consumo di droghe sintetiche, perché costano poco, come il Fentanyl, che ha effetti devastanti e sta uccidendo migliaia di giovani negli Usa. La chiamano ‘la droga degli zombie’, perché fa perdere ogni facoltà cognitiva. O la cocaina rosa in Bolivia, inodore, difficilissima da individuare per i cani. Persino la Cina sta avendo problemi a controllare l’elevatissimo consumo di droga tra i giovani“.

Gratteri non crede alla legalizzazione delle droghe

In riferimento ai progetti di legalizzazione delle droghe leggere, Nicola Gratteri si mostra molto scettico, per usare un eufemismo. Anzi. In realtà sarcastico. “I tossicodipendenti che fanno uso di marijuana sono il 7,8%, e un grammo costa 5 euro” ha dichiarato. “I cocainomani sono invece l’80%, e un grammo di cocaina costa 60 euro. Quale sarebbe, per le mafie, il mancato guadagno se la legalizzassimo?” Domanda retorica con risposta chiara. Nessun rilevante mancato guadagno perché le mafia incamerano miliardi dal traffico di droga pesante e non certo da quello dell’hashish o della semplice marijuana.

Influencer, stangata del fisco a Gianluca Vacchi, Luis Sal e alcune “star” di Onlyfans

La Guardia di finanza di Bologna ha recuperato 11 milioni di euro di tasse non pagate da influencer dei social media e del web. Dalla fine del 2022 le Fiamme gialle hanno condotto accertamenti su quattro influencer bolognesi – personaggi seguiti da 50 milioni di follower – e su 5 digital creator, questi ultimi attivi su siti legati a piattaforme come OnlyFans ed Escort Advisor, quest’ultimo un sito per incontri con prostitute di medio-alto bordo. Tra i profili finiti nel mirino della Gdf anche quelli dell’influencer Gianluca Vacchi e dello youtuber Luis Sal, ex partner in affari di Fedez nell’ambito del podcast Muschio Selvaggio. 

I finanzieri hanno ricostruito i proventi ottenuti dalle pubblicazioni di post sui social e anche da collaborazioni avviate con aziende. I controlli eseguiti erano finalizzati all’accertamento fiscale senza rilevanza penale. Tra le voci che i finanzieri hanno controllato negli accertamenti sui guadagni della categoria ci sono infatti questi punti: post sui social, collaborazione con le aziende, il cosiddetto “influencer marketing“. Ma anche contenuti inseriti sulle piattaforme in cui si compravendono prestazioni di sesso a pagamento.

Vacchi e Sal: 9 milioni da versare

Naturalmente i finanzieri hanno fatto il riscontro fra i redditi che i soggetti hanno percepito e quelli che hanno riportato nelle dichiarazioni dei redditi. Le incongruenze non mancavano, per usare un eufemismo. Quanto agli influencer, dicono le Fiamme Gialle, sui 4 personaggi messi sotto osservazione “due erano completamente sconosciuti al Fisco“. A Vacchi e a Luis Sal, la cui posizione è invece nota al Fisco, la Finanza avrebbe chiesto cifre si aggirerebbero, rispettivamente, intorno ai 7 e ai 2 milioni di euro.

Da parte sua Luis Sal, in una storia su Instagram, ha sminuito la notizia affermando: “Non sono un evasore, ho sempre dichiarato tutto. Ho sempre pagato tutte le tasse, spesso in anticipo, a credito. È in corso un’indagine: sono normali controlli“. “Fortunatamente – prosegue Luis Sal – ho dei professionisti che si occupano di dichiarare le cose, come si deve, da anni. E vedremo come andrà a finire. Nel frattempo mi dispiace che venga scritto ‘Luis Sal evasore’, ‘influencer che non pagano le tasse’…è un po’ antipatico. Anche io, se mi vedessi per strada in questo momento, mi tirerei uno schiaffo. Quindi, se mi vedete per strada, vi prego, di non menatemi“.

Gianluca Vacchi ha precisato in un comunicato che “ad esito di una verifica fiscale condotta dalla Guardia di finanza relativamente alla sua attività professionale artistica per i periodi di imposta 2017-2019, la maggior imposta accertata dai verificatori ammonta a circa 6mila euro. E si riferisce, non a proventi occultati, ma a costi dei quali è stata contestata la piena deducibilità“. Lo spiega una nota diffusa dall’avvocato Gino Bottiglioni, legale di Vacchi. “Null’altro risulta oggetto di notifica dalle competenti autorità con riferimento a quanto pubblicato – conclude la nota – che deve pertanto ritenersi privo di fondamento“.

Le influencer Bertoli e Ottorini

Tra le persone che i finanzieri hanno sanzionato ci sono anche Eleonora Bertoli e Giulia Ottorini: completamente sconosciute al Fisco in quanto influencer. IN particolare, la Finanza ha scoperto Ottorini che guadagnava attraverso le collaborazioni con aziende e producendo contenuti sulla piattaforma OnlyFans. Ottorini ha milioni di follower su Instagram e TikTok. Un anno fa si vantò su TikTok delle sue spese folli: “Ho speso 32mila euro in 4 giorni” disse in un video che scatenò polemiche in rete.

Pac, come cambierà la Politica agricola comune

La Pac, la Politica agricola comune, è a una svolta. A Bruxelles il Consiglio Agricoltura dell’Unione europea, tenutosi lo scorso 26 febbraio, ha registrato il fatto che “le opzioni che la Commissione ha presentato vanno nella giusta direzione. Ora, però, occorre mettere a punto un calendario preciso per le decisioni da assumere ai fini di una reale semplificazione degli oneri burocratici della Pac in linea con le richieste degli agricoltori”.

Nella stessa giornata si è svolta nella capitale belga l’assemblea straordinaria di Confagricoltura che ha varato un pacchetto di proposte per semplificare la Pac e rilanciare la competitività del settore agricolo. Nella nota diffusa a conclusione della riunione ministeriale, è stato evidenziato che “il Consiglio ha insistito sulla necessità di una revisione degli atti fondamentali della Pac. La revisione dovrebbe cominciare al più presto. A questo proposito, il Consiglio ha sottolineato la propria determinazione e volontà politica di assicurare una risposta efficace alle preoccupazioni degli agricoltori“, afferma Confagricoltura.

Pac, i punti che gli agricoltori criticano

Insomma, nonostante la prossima scadenza della legislatura europea è ancora possibile raggiungere un accordo per modificare alcune disposizioni della Pac. Bisogna affrettarsi, però, perché a giugno ci sono le elezioni del Parlamento Ue. Confagricoltura rileva che le critiche espresse dai ministri hanno riguardato, in particolare, due obblighi da sempre contestati dall’organizzazione.

Ossia la rotazione obbligatoria delle colture e destinazione ai fini non produttivi dei terreni. La parola passa ora alla Commissione Ue che ha il potere d’iniziativa legislativa. La presidenza belga ha dichiarato che riferirà alla prossima riunione dei capi di Stato e di governo, in programma il 21 e 22 marzo. L’auspicio è che dai leader dei 27 Stati membri giunga l’invito all’Esecutivo di procedere celermente nella direzione indicata dai ministri dell’Agricoltura. Durante la riunione del Consiglio Agricoltura, è stata anche esaminata l’evoluzione delle importazioni agroalimentari dall’Ucraina.

Grano ucraino, boom di importazioni

In relazione alla Pac, la Commissione di Ursula von der Leyen ha presentato una proposta di regolamento per prorogare fino a giugno 2025 la sospensione dei dazi doganali. Sebbene con l’introduzione di “freni di emergenza” in caso di superamento di livelli prefissati per alcuni prodotti sensibili. Ad esempio pollame, uova e zucchero. Secondo Confagricoltura, la proposta della Commissione è insufficiente perché dovrebbe essere fatto il punto sulle conseguenze che l’aumento delle importazioni dall’Ucraina ha avuto in termini di contrazione dei prezzi per cereali e semi oleosi nella Ue. Stando ai dati della Commissione, gli arrivi di grano ucraino sono aumentati del 40% da gennaio a ottobre dello scorso anno rispetto allo stesso periodo del 2022.

Nei giorni scorsi, la Commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha chiesto di includere cereali, semi oleosi e miele nella lista dei prodotti sensibili. E che il “freno di emergenza” – in buona sostanza il ripristino dei dazi alle dogane – si attivi in caso di superamento della media delle importazioni dall’Ucraina nel biennio 2021-2022. Confagricoltura ha invitato gli europarlamentari italiani a far blocco sulla posizione della Commissione Agricoltura per il rinnovo della Pac. Il sostegno all’Ucraina è naturalmente fuori discussione.

Oltre alla sospensione dei dazi, l’Unione ha attivato i “corridoi di solidarietà” per sostenere le esportazioni agroalimentari di Kiev e altre iniziative possono essere studiate. Ad esempio, l’acquisto di prodotti ucraini da parte della Ue per il successivo invio ai paesi meno avanzati dipendenti dalle importazioni per la copertura del fabbisogno alimentare interno. L’equilibrio sui mercati europei va, però, ristabilito.

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