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La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 10897 del 2018, ha espresso il seguente principio di diritto: “Si al licenziamento del sindacalista per due articoli non veritieri in merito al welfare aziendale” (dal Quotidiano del Diritto del Sole 24 Ore dell’8.5.2018).

Vediamo insieme i fatti di causa di cui alla sentenza 10897/2018.

La Corte di appello di Roma, pronunciandosi in sede di reclamo ai sensi dell’art. 1, co. 58, della legge n. 92/2012, aveva confermato la decisione assunta, con sentenza n. 6217/2015, dal Tribunale della stessa sede, relativa alla ritenuta legittimità del licenziamento intimato a … dalla … spa. La Corte territoriale aveva ritenuto fondata la contestazione mossa al dipendente relativa al contenuto, non veritiero e lesivo dell’immagine della banca, di due articoli redatti dallo stesso in materia di welfare aziendale; in particolare aveva ritenuto che, sebbene la funzione di rappresentante sindacale svolta dallo … ponesse lo stesso, in tale ambito, su un piano paritetico rispetto al datore di lavoro, abilitandolo ad esercitare il diritto di critica, pur tuttavia tale diritto doveva essere legittimamente  esercitato nei limiti del rispetto oggettivo della verità. Tale limite era stato superato allorché lo …, nei due articoli, aveva addebitato alla banca la indicazione e diffusione di dati falsi relativi al Piano di Welfare aziendale del 2012, non provandone la effettiva falsità e affidando i propri scritti ad un blog ed un account di posta elettronica ad altissima diffusione. Le dette circostanze costituivano giusta causa di licenziamento perché irrimediabilmente violato il vincolo fiduciario. La Corte aveva peraltro ritenuto tempestiva la contestazione e la successiva sanzione espulsiva.

Avverso la sentenza della Corte di appello proponeva ricorso per cassazione il lavoratore, resisteva con controricorso la società datrice di lavoro.

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La Corte Suprema, con la sentenza 10897/2018, rigettava il ricorso proposto dal lavoratore con condanna altresì al pagamento delle spese di lite.

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