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Stellantis, i concessionari contro Tavares: “Le e-cars non si vendono”

Scendono in campo anche i concessionari di Stellantis per chiedere all’Europa di spostare dal 2025 al 2027 l’entrata in vigore dei limiti Ue sulle emissioni auto. Dal prossimo ano, infatti, tali limiti scenderanno a 95 gCO2/km.

Una posizione analoga a quella espressa dall’Acea, di cui fanno parte Volkswagen e Renault, ma non più Stellantis. Per niente in sintonia, invece, con l’idea, l’amministratore delegato del gruppo italofrancese Carlos Tavares, secondo il quale le regole a gioco iniziato non si cambiano e pensare ora di modificare le norme europee sulle emissioni di CO2 “sarebbe surreale“.

Stellantis e le auto elettriche

Tutti conoscono le regole da molto tempo, tutti hanno avuto il tempo di prepararsi e quindi adesso si corre” ha detto nei giorni scorsi il numero uno di Stellantis. Tavares del resto l’11 ottobre sarà in Commissione Commercio e turismo della Camera per un’audizione.

Ma i concessionari non ci stanno e si rivolgono direttamente ai più alti vertici Ue. In una lettera inviata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen affermano: “In qualità di distributori, siamo in contatto quotidiano con clienti finali che spesso rifiutano i Bev a causa di preoccupazioni su prezzo, autonomia e accessibilità. Ciò ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”.

“Tuttavia, dal nostro punto di vista, è chiaro che il settore non è ancora pronto a raggiungere il volume necessario di vendite di veicoli elettrici. Questa crescente divergenza tra obiettivi normativi, prontezza del mercato e aspettative del produttore è motivo di preoccupazione. Non è stata quindi una sorpresa quando la maggior parte dei produttori europei, tramite Acea, ha chiesto un rinvio di questi obiettivi, una proposta che sosteniamo pienamente”.

“Dobbiamo fare gioco di squadra”

A intervenire sulla questione interviene anche l’Anfia: “Nel 2025 avremo un grosso problema, con il target del 15% di riduzione del CO2 da parte delle Case automobilistiche che fa parte della roadmap europea verso l’addio a diesel e benzina. Ma è un target che, con gli attuali numeri dell’elettrico, è raggiungibile solo riducendo la produzione di auto endotermiche di 2/2,5 milioni di unità. È un paradosso in un periodo già difficile per l’automotive“.

Stellantis comunque sdrammatizza e invoca il “gioco di squadra“. “Insieme ai nostri concessionari e all’offerta Bev esistente di 40 modelli. Abbiamo già raggiunto la terza posizione sul mercato Bev dell’Ue, molto vicino a Tesla, e siamo molto orgogliosi di contribuire come squadra alla lotta contro il riscaldamento globale” spiega Stellantis. “Lavoreremo con i nostri concessionari – aggiunge l’azienda presieduta da John Elkannper definire il mix perfetto di vendite entro i limiti della conformità alle norme sulle emissioni di CO2, sfruttando la nostra piattaforma multi-energia come asset unico nel mercato europeo“.

Tavares e la crisi di Stellantis

Stellantis sta intanto mettendo in atto misure drastiche per cercare di conservare liquidità. Il gruppo guidato da Carlos Tavares, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, varerà una serie di provvedimenti, noti internamente all’azienda come metodo “doghouse“, con l’obiettivo di limitare le spese esterne.

Questa nuova misura arriva dopo il profit warning sui conti per il 2024 lanciato lunedì 30 settembre da Stellantis. Si prevede un taglio del margine dal 10% al 5,5-7% e il free cash flow industriale atteso tra -5 e -10 miliardi invece che positivo. Il problema è soprattutto il calo delle vendite nel mercato americano e le eccessive scorte accumulate, elementi che vanno a incidere negativamente sui profitti di Stellantis negli Usa, il mercato più profittevole.

 

Stipendi dei precari a scuola, l’Italia deferita alla Corte europea di giustizia

Non ha posto fine all’uso abusivo di contratti a tempo determinato e a condizioni di lavoro discriminatorie nella scuola. Per questo la Commissione Ue ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia europea. Il nostro Paese, sostiene la Commissione, “non ha adottato le norme necessarie per vietare la discriminazione in merito alle condizioni di lavoro e l’uso abusivo di successivi contratti a tempo determinato”.

E la legislazione sullo stipendio degli insegnanti a tempo determinato nella scuola pubblica “non prevede una progressione salariale” basata “sui precedenti periodi di servizio“. Si tratta perciò di “una discriminazione rispetto agli insegnanti assunti a tempo indeterminato“. La Commissione von der Leyen ritiene che “la legislazione italiana che determina lo stipendio degli insegnanti a tempo determinato nelle scuole pubbliche non preveda una progressione salariale incrementale basata sui precedenti periodi di servizio“.

Ciò costituisce una discriminazione rispetto agli insegnanti assunti a tempo indeterminato. Che hanno diritto a tale progressione salariale” spiega la Commissione. Inoltre, contrariamente al diritto dell’Ue, l’Italia non ha adottato misure efficaci per impedire l’uso abusivo di successivi contratti di lavoro a tempo determinato del personale amministrativo. Così come di quello tecnico e ausiliario nella scuola pubblica. Tutto questo vìola la normativa europea sul lavoro a tempo determinato. La Commissione ritiene “che gli sforzi delle autorità siano stati, finora, insufficienti e pertanto sta deferendo l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea“.

Il commento dell’Anief

L’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) è intervenuta e commento di quanto accaduto. E, pur lodando l’intervento della Commissione che ha stabilito il deferimento dell’Italia alla Corte, ne ha stigmatizzato la tempistica ‘biblica’. “Trattamento discriminatorio per 400mila precari ha dichiarato Anief. “La Commissione europea interviene 10 anni dopo la procedura di infrazione attivata nei confronti dell’Italia” è stato il commento del segretario del sindacato, Marcello Pacifico.

È evidente che dopo 25 anni dall’approvazione della direttiva, ancora oggi in Italia non si rispetta la norma europea. Sono più di 400mila i docenti con più di 36 mesi di servizio che hanno subito questo abuso”. La Commissione chiede misure che prevengano questo abuso “Per noi si tratta del doppio canale di reclutamento. E deve essere introdotto il principio di non discriminazione che pretende lo stanziamento di risorse straordinarie anche in vista del nuovo contratto“.

Identikit dei docenti della scuola

Per quanto riguarda un identikit del docente medio in Italia, viene in aiuto il rapporto relativo all’Europa Education at glance, presentato lo scorso aprile. I docenti di scuola sono sempre più prossimi alla pensione e poco pagati. È questa la condizione di chi sale in cattedra per preparare i nostri studenti alle sfide del futuro. La classe docente italiana, infatti, è tra le più anziane del mondo: ben il 58% dei suoi componenti ha un’età superiore ai 50 anni.

La situazione in Europa

Nessuno nell’area OCSE, come mostra l’ultimo rapporto fa peggio di noi. Svecchiare la classe docente? Una missione complicatissima. Come fa notare un ulteriore approfondimento del report effettuato da Skuola.net, dalla media globale dei prof over 50, fissata dall’OCSE al 35% del corpo insegnante, ci separa un abisso. Solo altre tre nazioni, in Europa, non sono poi così lontane: Lituania (54% di docenti boomer), Grecia (51%), Estonia (50%).

In tutti gli altri casi sono meno della metà. E il confronto con i Paesi del Vecchio Continente assimilabili al nostro è spesso impietoso: in Francia gli insegnanti più vicini alla pensione sono il 30%, in Spagna il 35%, in Germania il 40%. La quota maggiore di giovani professori? La troviamo in Turchia: qui gli over 50 sono appena il 15%. Molto bene fanno pure Gran Bretagna (20%), Irlanda (21%) e Lussemburgo (22%).

Usa, su Google la scure dell’Antitrust: la Big Tech potrebbe essere ‘spezzata’

Google cambi o sarà nei dolori. Si potrebbe riassumere anche così quanto sta accadendo in America al più celebre motore di ricerca su Internet del mondo. Il Governo degli Stati Uniti ha raccomandato alla Big tech di Mountain View di cambiare il suo modello e aprire il suo motore di ricerca alla concorrenza. Si tratta in realtà è un vero e proprio ammonimento: Google ha già subito, infatti, una condanna nel mese di agosto.

Nel documento di 30 pagine inviato al giudice federale Amit Mehta a Washington, il Dipartimento di Giustizia (DOJ) di Washington fa riferimento a possibili cambiamenti “strutturali” per Google. Un termine che molti osservatori traducono con una scissione. Lo stesso magistrato aveva giudicato Google colpevole di pratiche anticoncorrenziali nella gestione e promozione del suo famoso motore di ricerca.

La causa aveva messo in evidenza le cifre sbalorditive che la sussidiaria di Alphabet aveva sborsato, per garantire l’esclusività di Google Search, ai produttori di smartphone e browser Internet. Secondo il sito web StatCounter, Google rappresentava il 90% del mercato globale della ricerca online a settembre e addirittura il 94% per gli smartphone. Il documento pubblicato martedì 8 ottobre è solo una bozza delle raccomandazioni che il Dipartimento di Giustizia farà al giudice Mehta nel corso del prossimo mese di novembre.

Google, i cambiamenti “strutturali

Questa prima versione delinea una serie di strade per la riforma. Fra esse l’obbligo per Google di rendere accessibili i dati e i modelli di programmazione utilizzati per generare risultati tramite il suo motore di ricerca. Il Dipartimento di Giustizia sta anche valutando la possibilità di chiedere al giudice di vietare a Google di utilizzare o conservare i dati che si rifiuta di condividere con società terze.

Il Governo americano sta inoltre suggerendo la possibilità di impedire al gigante della tecnologia di utilizzare il suo browser Chrome, Google Play Store e il sistema operativo mobile Android per dare un vantaggio al suo motore di ricerca. Questa limitazione delle interconnessioni tra i vari prodotti del gruppo di Mountain View (California) potrebbe comportare cambiamenti “strutturali“, con il DOJ che punta così nella direzione di una rottura.

La replica dell’azienda

Dividere Chrome e Android li distruggerebbe e provocherebbe molti altri effetti” ha detto Google in una dichiarazione pubblicata sul suo sito web. Una separazione forzata fra l’uno e l’altro prodotto del gigante del web “cambierebbe il modello di business, aumenterebbe il costo dei dispositivi. E minerebbe Android e Google Play nella loro competizione con l’iPhone e l’App Store“.

Per quanto riguarda un’eventuale condivisione dei dati di ricerca e dei risultati con altri attori di Internetrappresenterebbe un rischio per la protezione dei dati e la sicurezza“, sostiene la società californiana. Per Google, le raccomandazioni del governo degli Stati Uniti “vanno ben oltre le questioni legali affrontate in questo caso“. Insomma, fra gli Usa e il colosso di Internet è orma guerra aperta. Gli Stati e i Governi di tutto il mondo sanno, del resto, che al tempo della dilagante Intelligenza Artificiale Google come Apple e altri attori stano divenendo ancora più potenti e pervasivi.

Nuova rivalutazione INAIL del 5,4% sugli indennizzi per danno biologico

Dal 2024, l’INAIL ha introdotto una rivalutazione del 5,4% sugli indennizzi per il danno biologico ed oggi arrivano aggiornamenti.

Con la circolare n. 26 del 16 settembre 2024 l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) rende nota la rivalutazione annuale degli importi relativi agli indennizzi del danno biologico, con decorrenza dal 1° luglio 2024. La misura, che prevede un aumento del 5,4% rispetto agli importi precedenti, arriva in risposta all’incremento del costo della vita, e punta a garantire una maggiore protezione ai lavoratori vittime di infortuni o affetti da malattie professionali.

Il concetto di danno biologico

Il danno biologico si riferisce alla compromissione dell’integrità psico-fisica di una persona, indipendentemente dalla capacità lavorativa. Viene risarcito in caso di lesioni o malattie causate da infortuni sul lavoro o malattie professionali. Si tratta di un diritto riconosciuto in Italia ai lavoratori, e l’INAIL svolge un ruolo centrale nella determinazione e nel risarcimento di tale danno.

In termini concreti, il danno biologico rappresenta una riduzione permanente delle capacità dell’individuo, sia essa di carattere fisico o psicologico. Questa compromissione può influire in modo significativo sulla qualità della vita di chi è colpito, motivo per cui il sistema di indennizzo mira a compensare economicamente queste perdite.

Il contesto economico e la necessità di un adeguamento

La rivalutazione del 5,4% degli indennizzi INAIL per il danno biologico si inserisce in un contesto di aumento generale del costo della vita. Negli ultimi anni, l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto di molti lavoratori e, allo stesso modo, ha reso necessarie misure per adeguare le prestazioni e le indennità riconosciute.

L’INAIL ha deciso di rispondere a questa situazione con un incremento che sarà applicato agli importi spettanti per il risarcimento del danno biologico. Questo adeguamento si allinea con la necessità di proteggere i diritti dei lavoratori, specialmente in un periodo di incertezza economica e di cambiamenti sul piano sociale e sanitario.

Chi beneficerà della rivalutazione del 5,4% per danno biologico

La rivalutazione interesserà tutti quei lavoratori che hanno subito un danno biologico a seguito di un infortunio sul lavoro o di una malattia professionale. L’aumento si applicherà tanto ai nuovi indennizzi quanto a quelli già in corso. Questo significa che anche coloro che stanno già ricevendo un indennizzo vedranno un incremento automatico della somma loro spettante.

È importante notare che il calcolo del danno biologico è effettuato secondo specifiche tabelle, che tengono conto della gravità delle lesioni e dell’età della persona danneggiata. La rivalutazione al 5,4% sarà quindi applicata agli importi risultanti da tali tabelle.

Il quadro normativo e le modalità operative

Il processo di rivalutazione degli indennizzi per danno biologico è stato regolamentato da una serie di decreti ministeriali che aggiornano periodicamente i criteri di calcolo. L’aumento del 5,4%, in vigore dal 2024, è stato ufficializzato con una circolare INAIL che fornisce dettagli operativi su come verranno applicati i nuovi importi.

Il Ministero del Lavoro e l’INAIL collaborano strettamente per garantire che gli importi siano adeguati alle condizioni economiche attuali, monitorando l’andamento dell’inflazione e altri fattori di natura socio-economica.

Il ruolo dell’INAIL nella protezione dei lavoratori

L’INAIL rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la sicurezza sul lavoro in Italia. Oltre a gestire l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, svolge un ruolo preventivo attraverso attività di sensibilizzazione e controllo presso le aziende.

Quando si parla di danno biologico, l’INAIL ha il compito di determinare l’entità del danno subito dai lavoratori e di provvedere al risarcimento secondo quanto stabilito dalle normative vigenti. Gli indennizzi riconosciuti possono variare a seconda della gravità del danno e della percentuale di invalidità assegnata, ma sono fondamentali per compensare, almeno in parte, le conseguenze di un infortunio o di una malattia sul piano fisico e psichico.

La rilevanza sociale ed economica della rivalutazione

L’aumento del 5,4% sugli indennizzi per danno biologico non è solo una questione tecnica o economica, ma rappresenta un segnale di attenzione da parte delle istituzioni verso i lavoratori colpiti da eventi traumatici o malattie legate all’attività professionale.

In un contesto in cui il potere d’acquisto delle famiglie italiane è messo a dura prova dall’inflazione, questo adeguamento rappresenta un modo per garantire che il risarcimento sia congruente con il costo reale della vita.

Non si tratta solo di una forma di sostegno economico, ma di un atto di giustizia sociale, volto a tutelare le fasce più vulnerabili della popolazione lavorativa.

Rapporto Ocse: “Come l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mercato del lavoro”

L’Intelligenza Artificiale e il mondo del lavoro? Un rapporto ancora non chiaro né univoco. Per ora l’IA non ha comportato la perdita di tanti posti di lavoro nei Paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Ma sono indispensabili regole e una mappa dei rischi per gestirla in modo che produca effetti positivi su imprese e lavoratori.

Sul tema è intervenuto a margine del G7 Lavoro di Cagliari Stefano Scarpetta, direttore per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali all’Ocse. Il quale ha spiegato: “Abbiamo fatto delle stime, chiedendo agli imprenditori e ai lavoratori l’impatto dell’intelligenza artificiale all’interno dell’impresa“. “In realtà i dati che emergono sono che, a oggi almeno, non c’è stata sostituzione di lavoratori con modelli di IA“.

Intelligenza Artificiale e posti di lavoro

L’occupazione, dunque, non è diminuita a causa dell’IA. Quello che cambierà sarà il tipo di mansione lavorativa che le persone svolgeranno all’interno di tante imprese in tutti i settori. E quindi “bisogna investire nelle competenze di questi lavoratori in modo che rimangano complementari a quello che i modelli generativi dell’IA possono fare oggi e potranno fare domani“. “Spero che dopo il summit i ministri del Lavoro adottino un piano di azione per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale che sia affidabile” è l’auspico di Scarpetta. Il dirigente dell’Ocse è stato fra i delegati presenti alla riunione presieduta dalla ministra del Lavoro, Marina Calderone.

Questo è un punto fondamentale. Esistono già delle linee guida su come sviluppare i modelli di Intelligenza Artificiale ma bisogna dare linee guida e buone politiche per un uso che abbia benefici per le imprese. E  anche per i lavoratori e che riduca i potenziali rischi associati a questa tecnologia“. Scarpetta si è quindi soffermato sull’impatto dell’IA sul mercato del lavoro, tema al centro della riunione.

Potenzialità ma anche rischi

In realtà “di lavori che spariranno completamente ce ne saranno pochi ma molti saranno trasformati anche in maniera radicale” ha prospettato il delegato dell’Ocse. “È interessante come l’IA generativa sia più in competizione coi lavoratori altamente qualificati. Svolge mansioni non di routine e anche con capacità cognitive.”

“Però, quello che vediamo nei dati è che, mentre i lavoratori con livelli di competenze riescono a essere complementari con l’IA, anche quella generativa, forse quelli che subiranno di più una riduzione del tipo dei lavori, della qualità e della remunerazione sono i lavoratori con più bassi livelli di qualifica. È su di loro che bisogna investire“. Nell’IA Scarpetta vede “grandi potenzialità ma anche dei rischi“.

Nei nostri Paesi” ha ricordato ancora Scarpettaabbiamo già un quadro regolamentare molto ampio che protegge contro i problemi di privacy, discriminazioni e altri. Il problema è capire se l’Intelligenza Artificiale dev’essere regolamentata di più rispetto al quadro regolamentare che già abbiamo perché, in qualche modo, s’incunea in alcune falle dei sistemi regolamentari. Quindi, dobbiamo identificare i rischi. Fare un mapping di questi rischi e capire su quali aree intervenire. Ecco, il piano d’azione sull’IA che i ministri del lavoro stanno discutendo fa proprio questo: identifica le aree di rischio, le priorità in termini di interventi di policy“.

Bolletta della luce: +8,8% per il cliente vulnerabile in Maggior Tutela

Nuovi rincari per la bolletta della luce. Nell’ultimo trimestre del 2024 aumenterà dell’8,8% quella per il cliente-tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela. Dal 1° luglio di quest’anno, il servizio è disponibile per i soli clienti vulnerabili e cioè coloro che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni. Hanno più di 75 anni, sono percettori di bonus sociale, sono soggetti con disabilità, residenti in un modulo abitativo di emergenza o isola minore non interconnessa, utilizzano apparecchiature salva-vita.

Nel servizio di Maggior Tutela sono attualmente serviti circa 3,4 milioni di cittadini. Lo rende noto l’Arera in un comunicato precisando che tutti i clienti vulnerabili, anche quelli attualmente nel mercato libero, hanno il diritto di passare alla Maggior Tutela. L’aumento in bolletta per il prossimo trimestre è principalmente dovuto all’atteso aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. Come conseguenza dell’incremento delle quotazioni del gas che si registra storicamente in vista dei mesi più freddi.

Bolletta, il dettaglio degli aumenti

Nel dettaglio, all’aumento della componente PE a copertura dei costi di acquisto dell’energia elettrica (+8,7%) si aggiunge quello della componente di perequazione Ppe (+0,8%), controbilanciati dal calo dei costi di dispacciamento (-0,7%). Restano invariate le componenti relative agli oneri generali di sistema e alle tariffe di rete regolate (Trasporto e gestione contatore). Sebbene ancora non tornata ai livelli pre-crisi, la spesa per l’utente tipo vulnerabile in Maggior Tutela nel 2024 sarà di circa 498 euro, in calo del 27,2% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno 2023.

Le reazioni dei consumatori

Pessima notizia, anche se il rialzo era ampiamente previsto per via e per colpa dell’andamento dei prezzi all’ingrosso”. Lo afferma l’Unc, commentando l’incremento della bolletta elettrica annunciato dall’Arera. Secondo lo studio dell’Unione nazionale consumatori, per il nuovo cliente tipo che consuma 2.000 kWh all’anno e ha una potenza impegnata pari a 3 kW, il +8,8% significa spendere 43 euro in più su base annua. La spesa totale nei prossimi 12 mesi sale così, per i vulnerabili, da 486 euro a 529 euro, che sommati ai 1244 euro dell’utente tipo che consuma 1100 metri cubi di gas, determinano una spesa complessiva pari a 1773 euro.

Anche a Milano, su 1.049 offerte con prezzo variabile e per fasce, nessuna bolletta costa meno della tutela. ‘‘Una dimostrazione del fallimento del mercato libero“, afferma Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Sia chiaro, però, che i prezzi per i vulnerabili, nonostante l’aumento di oggi, restano ancora più convenienti di quelli del mercato libero”, sottolinea l’associazione.

Gli accaparramenti del gas

Il Codacons rileva che “il rialzo delle quotazioni del gas impattano sulle bollette degli italiani ma rispetto allo stesso periodo del 2023 tariffe giù del -6,4% e addirittura del -60% rispetto al 2022″. “La corsa agli accaparramenti di gas ha determinato un rialzo delle quotazioni dell’energia sui mercati che si è riversata sulle tariffe finali praticate ai consumatori italiani“, dichiara l’associazione in una nota.

Si tratta di ”incrementi sostanziosi che, tuttavia, mantengono le tariffe della luce al di sotto dei livelli registrati negli anni precedenti”, spiega il Codacons. “Con gli attuali prezzi disposti da Arera, i clienti vulnerabili pagano infatti il 6,4% in meno rispetto alle tariffe sul mercato tutelato in vigore nell’ultimo trimestre del 2023, e nel confronto con lo stesso periodo del 2022, quando il prezzo della luce era pari a 66,01 centesimi di euro, le bollette risultano in calo addirittura del 60%”.

Sigarette, in manovra la tassa di 5 euro a pacchetto?

Una tassa di scopo sulle sigarette, aumentando di 5 euro il costo di un singolo pacchetto da 20. Porterebbe un’iniezione di 13,8 miliardi di euro per sostenere il Servizio sanitario nazionale, sempre più in crisi. Sono queste le risorse preziose che si potrebbero ottenere con una misura che salverebbe le casse della sanità pubblica. E che contribuirebbe a evitare ogni anno migliaia di casi di tumore al polmone e altre neoplasie.

In una conferenza stampa al Senato, l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) ha lanciato il 4 ottobre la campagna SOStenereSSN – promossa da Aiom, Fondazione Aiom e Panorama della Sanità. E ha dichiarato guerra aperta al fumo, incassando l’appoggio della vicepresidente del Senato, Domenica Castellone (M5S), che ha annunciato emendamenti alla manovra che andranno in questa direzione.

Le sigarette provocano tumori

Il fumo, spiega il presidente Aiom Francesco Perrone, “è la causa del 90% dei casi di tumore al polmone, pari a 40mila nuove diagnosi nel 2023. Chiediamo alle Istituzioni di approvare una tassa di scopo sulle sigarette. L’obiettivo è ridurre il consumo di tabacco e disporre di ulteriori risorse, fino a 13,8 miliardi, da destinare al finanziamento del Ssn. Il tabagismo è un fattore di rischio anche per altre neoplasie, per malattie cardiovascolari e respiratorie“.

Secondo le stime Aiom, in Italia sono attribuibili a questa cattiva abitudine oltre 93mila morti ogni anno, con costi pari a oltre 26 miliardi di euro. Il 24,5% degli adulti (18-69enni) fuma e l’abitudine è sempre più diffusa soprattutto nelle donne, a cui corrisponde un progressivo aumento della mortalità per carcinoma polmonare. “Bisogna diffondere un messaggio chiaro: è necessario interrompere l’abitudine al fumo, perché non esiste una soglia sotto la quale le sigarette non risultino dannose”, avverte il presidente di Fondazione Aiom Saverio Cinieri.

Un pacchetto costa meno che in altri Paesi

Vanno anche sfatate delle false convinzioni, come quella che i prezzi siano già molto alti. Se in Italia nel 2021 un pacchetto costava circa 6 euro, in Inghilterra costava 12 euro, in Francia 9, in Romania 8, in Olanda 6,90, in Polonia e Germania 6,46. Solo in Spagna il costo è minore e pari a 5,54 euro.

Nel 2024, però, un pacchetto di uno dei maggiori marchi di sigarette in Italia ha il costo di 6,20 euro contro i 12,50 della Francia. Anche gli Usa hanno stabilito costi alti, intorno agli 8 dollari. Altro falso mito è che gli italiani si ribellerebbero ad una tassa di scopo sulle ‘bionde’. Secondo un’indagine del 2024 dell’Istituto Mario Negri di Milano, infatti, il 62% dei connazionali si dice favorevole a tale misura, finalizzando i ricavi al Ssn.

Una strategia la cui validità è attestata da istituzioni europee: “Anche la Banca mondiale – afferma Silvano Gallus, capo del Laboratorio di ricerca sugli stili di vita del Mario Negri – considera l’aumento del prezzo tramite aumento della tassazione una delle più importanti strategie da attuare in un programma governativo di controllo del tabagismo. È stato calcolato che ad un aumento del 10% del prezzo corrisponda il 4% di riduzione dei consumi“.

Emendamenti nella manovra

La proposta ha ottenuto il pieno appoggio di Castellone, che ha annunciato emendamenti in tal senso nella manovra ma anche nel decreto contro le violenze ai sanitari appena arrivato al Senato. Ma c’è una ulteriore possibile strada per arrivare a realizzare questa misura: “Ho proposto pure di utilizzare la possibilità che oggi c’è, grazie ad un cambio di regolamento del Senato. Il quale prevede che se ci sono proposte di iniziativa popolare che raccolgono 50mila firme, queste vengano discusse in Aula al Senato entro tre mesi dalla data in cui sono depositate. Possiamo coinvolgere i cittadini su questo argomento”.

Inflazione dell’Eurozona sotto il 2%: è la prima volta dal 2021

L’inflazione nell’Eurozona ha subìto un forte rallentamento nel corso del mese di settembre, stando agli ultimi dati ufficiali. Numeri e cifre che Eurostat ha reso pubblici il 1 ottobre e in base ai quali l’indice dei prezzi al consumo è sceso all’1,8% su base annua. È un valore molto significativo poiché si tratta del livello più basso da più di 3 anni, grazie soprattutto alla riduzione dei prezzi dell’energia, esplosi in concomitanza con la prima fase della guerra in Ucraina.

L’inflazione è quindi tornata sotto la soglia del 2%, ossia l’obiettivo che la Banca centrale europea (Bce) ha stabilito. E ciò avviene adesso per la prima volta dal giugno 2021. Il calo dell’indice generale dei prezzi al consumo nell’Unione europea potrebbe avere presto effetto. Quantomeno in termini strettamente finanziari. Perché potrebbe spingere la Bce a tagliare nuovamente i tassi d’interesse nel corso di questo mese di ottobre.

L’andamento dell’inflazione

Dopo che, per la prima volta da molto tempo, l’Istituto di Francoforte li ha già tagliati lo scorso 12 settembre. Qualora ciò dovesse riaccadere presto, calerebbe ancora il costo di prestiti e mutui, famiglie imprese ‘respirerebbero’, economicamente parlando. E tutto ciò andrebbe a costituire un contributo fondamentale per il rilancio della crescita economica nell’Unione europea. Ad agosto l’inflazione su base annua era scesa al 2,2%, dopo il 2,6% di luglio, nei 20 Stati europei che condividono la moneta unica.

Il calo dell’inflazione a settembre è stato perfino più netto di quello previsto dagli analisti della Factset (1,9%). Anche l’inflazione di fondo, che non tiene conto della volatilità dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, seguita con attenzione dalla Bce e dai mercati finanziari, ha proseguito la sua discesa. E si è attestata al 2,7% su base annua, dopo il 2,8% di agosto.

Il forte calo dei prezzi a settembre è dovuto principalmente alla riduzione del 6% su base annua dei prezzi dell’energia, compresi quelli del carburante alla pompa, che erano già scesi del 3% ad agosto. L’inflazione nell’Eurozona aveva raggiunto un livello record del 10,6% nell’ottobre 2022, quando i prezzi dell’energia si erano impennati dopo 8 mesi dall’invasione russa dell’Ucraina.

Il rialzo dei tassi da parte della Bce

Per contenere i prezzi la Banca centrale europea aveva aumentato i tassi d’interesse a livelli senza precedenti a partire dal luglio 2022. A costo di un forte rallentamento della crescita economica. Il miglioramento della situazione aveva poi permesso all’istituto di cominciare ad allentare la politica monetaria nella primavera scorsa. Il 6 giugno aveva effettuato un primo taglio dei tassi, stimolando il credito immobiliare e i prestiti alle imprese, seguito il 12 settembre da un secondo taglio. La prossima riunione di politica monetaria della Bce è prevista il 17 ottobre.

Il messaggio della presidente Christine Lagarde è stato chiaro: la Bce continuerà a seguire un approccio basato sui dati, riservandosi la possibilità di ulteriori interventi, qualora le condizioni economiche lo richiedessero. L’obiettivo finale rimane quello di riportare l’inflazione verso il target del 2%, senza compromettere la stabilità economica dell’area euro.

La politica monetaria dovrà bilanciare le esigenze di crescita a breve termine con la necessità di mantenere la stabilità dei prezzi e garantire che l’inflazione rimanga sotto controllo. Tuttavia molto dipenderà dall’evoluzione dei dati economici e dalla capacità dell’Eurozona di contrastare le pressioni globali, come la guerra in Ucraina e la competizione con le economie emergenti.

All’ONU il ‘Summit del Futuro’, Guterres: “Serve nuova Bretton Woods”

All’ONU è in programma dal 22 settembre il Summit of the Future sui paesi poveri. Alcuni dei paesi più poveri del mondo spendono più per il rimborso del debito che per sanità, istruzione e infrastrutture messe insieme. E in questo modo ostacolano gravemente le loro possibilità di sviluppare le proprie economie. 

Al Summit del Futuro la riduzione delle disuguaglianze e il miglioramento della vita delle persone attraverso la revisione dell’intero sistema finanziario internazionale saranno tra le principali priorità, riferisce UN News. “L’architettura finanziaria internazionale è obsoleta e inefficace. Semplicemente non siamo attrezzati per affrontare un’ampia gamma di questioni emergenti” ha spiegato il 12 settembre il Segretario generale dell’ONU António Guterres.

Il summit dell’ONU

La questione dello sviluppo sostenibile e del finanziamento dello sviluppo è uno dei temi centrali dell’evento ‘faro’, che inizierà il 22 settembre. I delegati da tutto il mondo rifletteranno sulla situazione globale per molti Paesi poveri che si trovano ad affrontare livelli di debito insostenibili che stanno paralizzando settori chiave per lo sviluppo. La necessità di riforme è resa ancora più urgente dal rapido avvicinamento della scadenza per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile che costituiscono l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Un’agenda che serve a stabilire obiettivi misurabili per costruire un futuro migliore entro la fine di questo decennio.

Gli obiettivi sono stati adottati dagli Stati membri delle Nazioni Unite nel 2015, il che significa che nel 2023 è stata raggiunta la metà del percorso. Il traguardo è stato segnato in occasione del Summit sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dello scorso settembre, concepito per dare agli Obiettivi la spinta tanto necessaria. In un momento in cui le statistiche ufficiali delle Nazioni Unite mostravano che solo il 15% degli Obiettivi era stato raggiunto.

Nel suo policy brief sull’argomento, del maggio 2023, il capo delle Nazioni Unite ha presentato proposte che potrebbero consentire ai Paesi di far uscire i propri cittadini dalla povertà e di raggiungere il loro pieno potenziale. E chiede una “nuova Bretton Woods“. Il riferimento è all’accordo internazionale del secondo dopoguerra che ha portato alla creazione del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale. Ovvero due organizzazioni che decidono come e a quali condizioni prestare denaro ai Paesi bisognosi di assistenza finanziaria.

FMI e Banca Mondiale

Il contesto in cui sono stati nati il ​​FMI e la Banca Mondiale è praticamente irriconoscibile dall’ambiente politico ed economico odierno. Tanto per cominciare, erano presenti solo 44 delegazioni, rispetto agli attuali 190 Paesi membri dell’FMI. Tuttavia, i paesi sviluppati continuano a esercitare poteri di veto e diritti di voto eccessivi, mentre i paesi in via di sviluppo rimangono sottorappresentati.

Il sistema, afferma Guterres, è ora “del tutto inadatto allo scopo. In un mondo caratterizzato da cambiamenti climatici inesorabili, crescenti rischi sistemici, disuguaglianza estrema”. Ma anche “pregiudizi di genere radicati, mercati finanziari altamente integrati vulnerabili al contagio transfrontaliero. E drammatiche condizioni demografiche. Oltre a cambiamenti tecnologici, economici e geopolitici”.

Le risposte, secondo il capo dell’ONU, implicano l’aumento dei finanziamenti per sradicare la povertà e rendere i principali organi decisionali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale più democratici e rappresentativi. Serve inoltre la creazione di un nuovo organismo globale per coordinare l’economia di tutto il nostro pianeta. Una sorta di  “Consiglio di Sicurezza Economica“.

Naomi Campbell ‘scivola’ sulla beneficenza: avrebbe speso per sé i denari della Fashion for Relief

L’ex top model britannica Naomi Campbell ha definito “fuorvianti” i risultati di un’indagine che la mette alla berlina come truffatrice. L’autorità di regolamentazione britannica le ha infatti vietato di gestire un ente di beneficenza per 5 anni. Campbell avrebbe speso migliaia di sterline di donazioni dirette al suo ente benefico per viaggi, hotel di lusso, sicurezza personale e sigarette. È il risultato di un’indagine avviata nel 2021 sulla sua charity Fashion for Relief, ong che si proponeva di aiutare i giovani “colpiti da avversità” come il virus Ebola e la povertà.

Naomi Campbell ora annuncia che sta valutando tutte le opzioni possibili, compreso un ricorso, contro la decisione a suo sfavore. In una dichiarazione diffusa dal suo manager, la modella ha affermato di “aver esaminato attentamente il rapporto della Charity Commission riguardante Fashion for Relief (UK)“. E e di aver “trovato le loro conclusioni incomplete e fuorvianti nella considerazione delle prove“. Prima di tutto, ha detto, “riconosco che, come volto di Fashion for Relief, sono in ultima analisi responsabile della sua condotta“.

Naomi Campbell si difende

Sfortunatamente, non ero coinvolta nelle operazioni quotidiane dell’organizzazione e ho affidato la gestione legale e operativa ad altri. Voglio assicurare a tutti coloro che ci hanno sostenuto che questi risultati vengono presi molto sul serio. Ho incaricato i nuovi consulenti di intraprendere un’indagine accurata su ciò che è accaduto“.

In secondo luogo – ha aggiunto l’ex top model – non ho mai intrapreso un lavoro filantropico per guadagno personale, né lo farò mai. Ho dedicato quasi 30 anni della mia vita a iniziative di beneficenza e mi preoccupo profondamente del valore e dell’impatto del lavoro che faccio. Contrariamente ai resoconti dei media, non mi è mai stata pagata alcuna parcella per la mia partecipazione a Fashion for Relief né ho fatturato alcuna spesa personale all’organizzazione. Per me è importante che questo punto sia chiarito ed evidenziato.

Il rapporto che la accusa sarebbe “imperfetto

In genere, allineo il mio lavoro di beneficenza con incarichi retribuiti, che coprono il mio viaggio e le spese correlate” ha continuato. “Nei casi in cui ciò non sia possibile, né io né i miei amici personali abbiamo coperto le spese. Infatti, in termini di spese alberghiere specifiche menzionate nel rapporto, l’hotel ha confermato che tutte le spese sono state regolate dal mio agente di viaggio personale, che a sua volta ha verificato che sono state rimborsate direttamente da una terza parte non affiliata alla fondazione“.

E dunque, “riteniamo che gli aspetti del rapporto siano profondamente imperfetti. Ci siamo occupati di punti specifici e intendiamo prendere in considerazione tutte le opzioni, inclusa la richiesta di un ricorso. Al fine di garantire che il rapporto presenti una rappresentazione equa e accurata delle nostre operazioni“.

Questa esperienza – ha concluso Naomi – ha solo rafforzato la mia determinazione a continuare ad avere una visione positiva del mondo. Sono grata per il sostegno incrollabile dei nostri donatori, partner e sostenitori. La vostra fiducia e pazienza durante questo periodo difficile sono profondamente apprezzate mentre lavoriamo diligentemente per affrontare questi problemi e restiamo saldi nella nostra missione di aiutare chi ne ha bisogno“. Proprio per questo ha aggiunto che sta valutando “tutte le opzioni possibili, compreso un ricorso” contro la decisione dell’autorità di regolamentazione.

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