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Case, prezzi alle stelle in città: 1800 euro al mq di media

Comprare case rappresenta oggi una dura sfida economica, non soltanto per molti italiani ma più in generale per i cittadini dei 38 Paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Soprattutto per quelli della Ue. E il fatto che la Banca centrale europea abbia tagliato i tassi d’interesse di 25 punti base per la terza volta in 4 mesi non è molto consolante. Sì, vero, il costo di mutui e prestiti è più basso ma i prezzi delle abitazioni sono cresciuti in media del 50% negli ultimi 10 anni.  

Secondo quanto riporta il Financial Times, la metà degli abitanti dei Paesi Ocse ha affermato di essere insoddisfatto della disponibilità di alloggi a prezzi accessibili. In effetti i costi delle case hanno subito un forte rialzo. Stando a Statista.com, dal 2015 i prezzi medi delle case nell’Unione europea sono aumentati di circa il 50%, contribuendo così a una significativa diminuzione degli acquisti. Nelle città italiane medio-grandi il prezzo medio al metro quadro di un’abitazione supera i 1.800 euro, con un incremento del +2,2% solo nell’ultimo anno.

A Firenze, città d’arte fra le più visitate al mondo, e a Milano, al centro dell’area geografica a più alta produttività d’Europa, i prezzi possono raddoppiare. O addirittura triplicare, rendendo questa spesa un obiettivo sempre più difficile da raggiungere. Nonostante la cultura dell’acquisto di case (prima casa e/o seconda) sia profondamente radicata, oggi molti giovani italiani si trovano di fronte a numerosi ostacoli economici per poter accedere alla proprietà, dovendo spesso ripiegare sull’affitto.

I costi degli affitti

Sempre stando a quanto indicato da Statista.com, alla fine del 2023 il costo medio di un affitto in Italia era di 12,7 euro al metro quadro. Con le grandi città a fare da protagoniste per via dei prezzi più alti e della forte concorrenza sul mercato immobiliare. I dati che abbiamo riportato, anche quelli sui prezzi delle case, sono citati dall’Agi e si riferiscono a un’indagine condotta sui siti internazionali da Espresso Communication per conto di APEP – Associazione Professionale per le Esecuzioni della Provincia di Padova.

In una dichiarazione all’Agi, Bruno Saglietti, notaio e presidente di APEP, ha detto che “le aste giudiziarie possono rappresentare una soluzione per coloro che incontrano difficoltà nell’acquisto di un’abitazione. Permettono un risparmio fino al 25% sul valore totale dell’immobile“. Fermo restando, però, che “i prezzi elevati non facilitano i giovani che devono trasferirsi per motivi di studio o lavoro. Costringendoli a ricorrere all’affitto: un sistema che possiamo considerare un vero investimento“.

Le case che vanno all’asta

A livello nazionale i dati dell’Associazione Professionale per le Esecuzioni mostrano che nei primi 6 mesi del 2024 la principale tipologia d’immobile in asta è stata l’appartamento. Si registra un aumento della partecipazione di cittadini privati alle aste rispetto allo stesso periodo del 2023. Quest’anno, infatti, la partecipazione di una persona fisica a un’asta immobiliare ha raggiunto l’82% dei presenti, rispetto al 76% dell’anno precedente.

Con l’attuale andamento del mercato immobiliare e i tassi d’interesse ancora elevati, è probabile che sempre più persone si rivolgeranno alle aste giudiziarie come una soluzione concreta per acquistare casa a prezzi più vantaggiosi” ha detto ancora Saglietti all’Agi. “In futuro, se questo sistema dovesse essere maggiormente supportato da politiche pubbliche, potrebbe diventare uno dei principali strumenti per chi cerca d’acquistare case in un contesto economico difficile“.

L’Istat: “L’economia sommersa è in netta crescita in Italia”

L’Istituto nazionale di statistica (Istat) ha pubblicato un report in base al quale nel 2022 il valore dell’economia non osservata, cioè sommersa, in Italia cresce di 17,6 miliardi. E così segna un aumento del +9,6% rispetto al 2021. L’economia sommersa – ovvero al netto delle attività illegali – si attesta a poco meno di 182 miliardi di euro, in crescita di 16,3 miliardi rispetto all’anno precedente. Le attività illegali sfiorano i 20 miliardi.

I lavoratori irregolari – senza contratto, pagati in nero – sono 2 milioni 986mila. Per quanto riguarda l’economia illegale, essa – rileva l’Istat – ha generato un valore aggiunto pari a 19,8 miliardi di euro, con un impatto dell’1,1%. Rispetto al 2021, il valore aggiunto dell’economia illegale è cresciuto di 1,2 miliardi, “accelerando la dinamica positiva già riscontrata l’anno precedente (+6,7% contro il +5,6%)“. I consumi finali di beni e servizi illegali sono cresciuti di 1,6 miliardi di euro, a 22,8 miliardi, corrispondenti all’1,9% del valore complessivo della spesa per consumi finali.

Il rapporto Istat

L’aumento è stato determinato per lo più dall’aggiornamento dell’indagine Ipsad (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs, di fonte CNR)” spiega l’Istat. Un’indagine “che, per il 2022, ha segnalato un aumento delle prevalenze di utilizzo di eroina“. Con riferimento al periodo 2019-2022, proseguono gli autori del rapporto Istat, “le attività illegali hanno mostrato un aumento di 0,2 miliardi in termini di valore aggiunto. E di 0,6 miliardi in termini di spesa per consumi finali, con una crescita media annua, rispettivamente, dello 0,3% e dello 0,8%, portando nel 2022 il valore complessivo dell’economia illegale al di sopra dei livelli pre-pandemia“.

Le attività illegali nel 2022

Secondo quanto ancora indica l’Istat, a determinare la crescita delle attività illegali “è stata per larga parte la dinamica del traffico di stupefacenti. Il valore aggiunto ha raggiunto 15,1 miliardi (+1 miliardo rispetto al 2021), mentre la spesa per consumi finali si è attestata a 17,2 miliardi di euro (+1,3 miliardi). Nello stesso periodo si è registrata anche una crescita dei servizi di prostituzione. Nel 2022 il valore aggiunto e i consumi finali sono aumentati, rispettivamente, del 4,3% e del 4,0%, portandosi a 4,0 e 4,7 miliardi“.

L’attività di contrabbando di sigarettenel 2022 rimane marginale, rappresentando una quota – sul complesso delle attività illegali – del 3,4% del valore aggiunto (0,7 miliardi di euro) e del 3,6% dei consumi delle famiglie (0,8 miliardi di euro). Nel periodo 2019-2022, l’indotto connesso alle attività illegali, principalmente riconducibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, è passato da un valore aggiunto di 1,4 miliardi a 1,6 miliardi“.

I lavoratori irregolari e sfruttati

Tornando invece al tema dei lavoratori in nero, quindi irregolari e spesso anche sfruttati, il rapporto Istat rileva come nel 2022 fossero 2,9 milioni. Cittadini in prevalenza occupati come lavoratori dipendenti (circa 2,1 milioni). Rispetto al 2021, il lavoro irregolare è rimasto sostanzialmente stabile, segnando un incremento pari a +0,1% (poco meno di 3mila Ula). Nell’ultimo anno si riscontra una riduzione di 0,5 punti percentuali del tasso di irregolarità per le unità di lavoro dipendenti e di 0,3 punti percentuali per quelle indipendenti.

In generale, l’incidenza del lavoro irregolare resta più rilevante nel terziario (14,6%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli Altri servizi alle persone (39,3%), dove si concentra la domanda di prestazioni lavorative non regolari da parte delle famiglie. Molto significativa risulta la presenza di lavoratori irregolari in agricoltura (17,4%), nelle costruzioni (12,4%) e nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (14,5%).

Auto elettriche: solo 2 italiani su 10 pronti a comprarle

Altro che mobilità green: le auto elettriche non sfondano. Costano troppo, mancano quasi completamente le stazioni di ricarica, alcuni pezzi di ricambio hanno prezzi esagerati. Ed è anche per questo che oltre il 60% degli italiani sono attenti allo sviluppo sostenibile ma soltanto il 16% opterebbe per veicoli completamente elettrici.

Lo rivela la quarta edizione dello studio Future of Automotive Mobility di Arthur D. Little. Si tratta di una fotografia dettagliata dei principali mercati che mette in luce le principali tendenze e sfide del settore a livello globale. Basato su una ricerca che ha coinvolto oltre 16mila consumatori in 25 Paesi, lo studio dimostra come le previsioni fatte nell’ultimo decennio rispetto a una mobilità connessa, autonoma, condivisa ed elettrica siano ancora lontane dalla realtà. Molto lontane.

Non piace l’auto troppo autonoma

Nonostante la transizione verso auto e mobilità elettrica stia comunque accelerando, il 44% degli attuali guidatori di veicoli a combustione interna (ICE), a livello globale, intende mantenere lo stesso tipo di motore per il prossimo acquisto. Se quindi, da un lato i veicoli sono sempre più connessi, i consumatori nutrono ancora preoccupazioni legate alla sicurezza rispetto a soluzioni spinte di guida autonoma. Preferiscono un’assistenza alla guida rispetto a una guida autonoma totale.

Lo studio evidenzia anche un crescente divario. Da un lato ci sono i mercati automobilistici ‘maturi’ di Nord America, Europa e Nord Est Asiatico: i consumatori sono meno propensi a innovazioni legate alla digitalizzazione e alla guida autonoma. E poi ci sono i mercati emergenti come Cina, India, Sud-Est Asiatico e Medio Oriente, dove la proprietà dell’auto continua a crescere e i consumatori sono più aperti alle nuove tecnologie.

Sul fronte elettrificazione dell’auto, i mercati maturi (esclusi gli Stati Uniti) stanno rapidamente adottando veicoli elettrici, mentre nei mercati emergenti, a eccezione della Cina, l’adozione procede più lentamente. Il campione di utenti analizzato rappresenta oltre l’80% delle immatricolazioni globali di auto nuove, e si basa su 10 milioni di osservazioni individuali.

Il mercato dei veicoli in Italia

E l’Italia? Alla Stampa Giancarlo Agresti, Partner di Arthur D. Little Italia, ha rilasciato alcune dichiarazioni. “Dal 2015, anno in cui è stato lanciato il primo studio sul futuro dell’automotive, anche in Italia è sempre più evidente che il futuro non possa prescindere dall’impegno verso la sostenibilità e la digitalizzazione del settore. Tuttavia, ancora numerosi ostacoli si incontrano nel percorso verso la completa transizione a una mobilità connessa, autonoma, condivisa ed elettrica. L’edizione 2024 del nostro studio analizza ed esplora le principali sfide e opportunità del settore automobilistico, e ci aiuta a comprendere le scelte dei consumatori per poter identificare le migliori soluzioni per il pubblico e il privato”.

In Italia, il 75% dei consumatori sceglie una “nuova auto” per il prossimo acquisto: si tratta di una percentuale significativamente più alta rispetto alla media europea, dove soltanto il 60% opta un’auto nuova. Dal punto di vista della sostenibilità, per oltre il 60% degli intervistati la sostenibilità è importante o anche molto importante al momento dell’acquisto del prossimo veicolo (rispetto al 50% della media Europea).

Gli italiani restano fortemente legati alla proprietà dell’auto. Con il 63% degli intervistati che non rinuncerebbe al proprio veicolo, pur prendendo in considerazione l’ampia offerta di nuovi servizi di mobilità. Questo dato è in linea con i mercati europei e altri mercati maturi. Mentre nei mercati emergenti i consumatori sono più propensi a rinunciare (25% in India, 40% nel sud-est asiatico) alla proprietà.

Studenti, contro il caro-affitti si prediligono i piccoli atenei

Università Torino caro affitti studenti
Foto Ansa/Alessandro Di Marco

Alla ripresa dell’anno accademico nelle Università italiane, nel corrente mese di settembre, gli studenti si trovano alle prese col caro-affitti delle case. Una stanza, per non parlare di un monolocale o di un appartamento, costa sempre di più. C’è una speculazione brutale e apparentemente senza limiti soprattutto nelle grandi città italiane. 

Torna dunque d’attualità il tema dei costi degli affitti per le stanze degli studenti, con i relativi aumenti dei costi. Rispetto al 2023, il costo medio degli affitti per una stanza singola è cresciuto del +7%. In parte la ragione è legata all’aumento della domanda, cresciuta del +27%. Milano si conferma tra le città più care, con una crescita dei costi degli alloggi per gli studenti in media pari al +4% rispetto all’anno scorso. A Roma in media il costo di una stanza è poco più alto di 500 euro. Ma ci sono zone dove si arriva a 600 euro al mese. In linea con la capitale è Bologna. Anche nel capoluogo dell’Emilia Romagna i prezzi per gli studenti sono astronomici.

Immatricolazioni in crescita

A Firenze il prezzo medio per una stanza singola è 493 euro, leggermente più basso. Si registrano aumenti anche a Venezia, Padova, Torino, Verona, Napoli. Se è vero dunque che a Roma e Milano una stanza per studenti può arrivare a costare fino a 700 euro al mese, secondo un’indagine di Immobiliare.it, è altrettanto vero che gli universitari italiani non si perdono d’animo.

Adattandosi al caro-affitti, gli studenti hanno messo in atto una nuova strategia che potrebbe sul lungo termine favorire un abbassamento dei prezzi. Ovvero stanno cambiando le loro preferenze in fatto di atenei. Nella tale città il caro-affitti per gli studenti è opprimente? Si cambia Università e ci si sposta in un’altra città.

I dati diffusi dal Censis qualche mese fa, incrociati con quelli di Immobiliare.it, mostrano un quadro interessante. Le immatricolazioni degli studenti sono in crescita, ma a beneficiarne sono soprattutto gli atenei più piccoli, situati in centri meno costosi e più vicini alle residenze familiari.

Più studenti negli atenei del Sud

Si registra infatti un vero e proprio boom di nuovi iscritti nelle Università del Sud e delle Isole (+4,2%), seguite da quelle del Nord-Est (+1,2%). In calo, invece, le immatricolazioni di studenti negli atenei del Centro (-3,6%) e del Nord-Ovest (-2,5%), aree geografiche che ospitano le grandi città universitarie, da sempre prese d’assalto. Ma oggi meno attraenti per gli studenti attenti al bilancio.

Tra i grandi atenei statali con un numero di studenti compreso tra 20mila e 40mila, a svettare in cima alla classifica stilata dal Censis è l’Università della Calabria, seguita da Pavia, Perugia, Parma, Cagliari e Salerno. Milano Bicocca si piazza solo al settimo posto e Roma Tre al 14° posto. La scelta degli studenti, dunque, non si basa più tanto sulla fama del tale ateneo o del tal altro. Bensì tiene conto di molteplici fattori, tra cui la vivibilità della città, le possibilità di accesso a borse di studio, gli indici di occupabilità post-laurea e, naturalmente, il costo della vita.

Tra i grandi atenei, l’Università di Palermo fa un notevole balzo in avanti, guadagnando ben tre posizioni rispetto all’anno precedente e posizionandosi al 4° posto nella graduatoria del Censis. Sul podio, invece, troviamo l’Università di Padova, seguita dall’Università di Bologna e dalla Sapienza di Roma. Settima posizione per l’Università di Torino.

Musk e la lotteria da un milione al giorno per sostenere Trump

Elon Musk, che non è ‘solo’ l’uomo più ricco del mondo ma anche l’aspirante governante degli Stati Uniti d’America al fianco di Donald Trump, ha cominciato a distribuire un milione di dollari al giorno. Lo fa dal fine settimana del 19 e 20 ottobre. Attraverso una sorta di lotteria rivolta a chi firma una sua petizione negli Stati in bilico, i cosiddetti Swing States,  per le prossime elezioni presidenziali statunitensi del 5 novembre.

Mancano 2 settimane e Musk ha deciso di dare una spinta a Trump comprando, in un certo senso, il consenso elettorale necessario. Con una pratica che in molti in America hanno già definito illegale e rientrante nella fattispecie giuridica di reato federale. Gli Swing States sono Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin. È in questi Stati che si deciderà il nuovo presidente degli Usa.

L’iniziativa di Musk e della sua organizzazione America PAC serve a raccogliere consensi ma anche fondi nei confronti di Trump, in vantaggio negli ultimi sondaggi sulla sua avversaria democratica Kamala Harris. Se però dovesse essere accertato che si tratta di una pratica illecita per comprare il voto di migliaia di persone negli Stati in cui ci sono ancora molti indecisi la cosa potrebbe ritorcersi contro Musk. E in ultima analisi contro Trump.

La ‘strana’ petizione di Musk

Musk ha dichiarato che assegna un milione di dollari ogni giorno a una persona diversa che sia regolarmente iscritta ai registri elettorali. E che abbia firmato la petizione di America PAC. La petizione è una richiesta di tutelare la libertà di parola e il diritto di possedere armi. Ma la lotteria è molto più semplicemente, per molti osservatori, uno stratagemma per indurre più persone possibili a iscriversi ai registri elettorali, in modo da incentivare una maggiore affluenza ai seggi per i repubblicani.

L’iniziativa mira a raccogliere almeno un milione di elettori negli stati in bilico. Chi firma la petizione deve fornire oltre al nome e al cognome anche un indirizzo e un numero di telefono. America PAC lo contatterà non solo in caso di vincita, ma anche per sollecitarlo a votare per Trump. Non solo. Come aveva già annunciato in precedenza lo stesso Musk, ogni firmatario della petizione riceverà 47 dollari per ogni persona che convincerà a firmare la petizione, sempre negli Stati in bilico. Tutti i partecipanti sono automaticamente iscritti alla lotteria, che assegnerà il premio giornaliero da un milione di dollari fino al 5 novembre.

L’assegno in Pennsylvania

Nel corso di un comizio, sabato 19 ottobre a Harrisburg, in Pennsylvania, Musk ha chiamato sul palco la persona che aveva vinto il premio da un milione di dollari del primo giorno della lotteria (foto in alto). Il vincitore ha detto di ammirare molto Musk e ha invitato gli elettori a votare, prima di ricevere un assegno. Ed essere liquidato dallo stesso Musk: “Comunque sia, prego“. Domenica 20 ottobre è stato assegnato un premio sempre da un milione di dollari a un altro comizio.

Il governatore: “Verifiche legali

Il governatore della Pennsylvania, il democratico Josh Shapiro, che si è speso molto per sostenere Harris, ha detto che le iniziative di Musk fanno sorgere “serie domande” su come stia investendo denaro per la campagna elettorale. E che potrebbero essere avviate verifiche da un punto di vista legale. Altri analisti ritengono che il sistema utilizzato da Musk sia a tutti gli effetti un modo per comprare il voto degli elettori, una pratica che va contro le leggi federali sulla libertà di voto.

Germania, è recessione per il secondo anno: “La ripresa non prima del 2025”

Brutte notizie, economicamente parlando, per la Germania e, a cascata, per l’Europa. Il Governo tedesco ha tagliato le stime sul Pil del 2024 affermando che la “più grande economia europea subirà una contrazione per il secondo anno consecutivo prima che la ripresa inizi nel 2025”. L’esecutivo stima che il Pil si contrarrà dello 0,2% nel 2024, un netto taglio rispetto all’espansione dello 0,3% prevista in precedenza. Nel 2025, il governo prevede una crescita dell’economia dell’1,1%, rispetto all’1% precedente.

La revisione al ribasso delle previsioni arriva dopo una serie di eventi negativi che hanno pesato sulla ripresa economica della Germania. In particolare il congelamento annunciato a settembre di un importante progetto del gigante Intel. E l’annuncio di Volkswagen di possibili chiusure di stabilimenti e licenziamenti. L’economia tedesca, che ha a lungo beneficiato di energia a basso costo grazie agli accordi di fornitura di gas russo e di esportazioni sostenute, in particolare verso la Cina, sta ora sentendo il peso della guerra in Ucraina e della debolezza della domanda globale, in un contesto di tendenze protezionistiche.

Il destino della Germania

La Germania e l’Europa sono coinvolte nelle crisi tra Cina e Stati Uniti e devono imparare a far sentire la propria voce” ha dichiarato alla stampa il ministro dell’Economia Robert Habeck. Allo stesso tempo, la Germania sta affrontando sfide strutturali come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della concorrenza cinese, una burocrazia ingombrante e una complessa transizione ecologica. Questi problemi “stanno iniziando a pesare” ha insistito il ministro, aggiungendo che il Governo del cancelliere Scholz sta prendendo l’iniziativa per rafforzare l’attività economica.

A causa dei suoi problemi strutturali irrisolti, l’economia tedesca “non ha visto una crescita significativa dal 2018“, prima che la crisi di Covid scuotesse le cose, secondo Habeck. Il ministro dei Verdi ha anche attaccato la regola del “freno al debito” sancita dalla Costituzione, che limita le risorse dello Stato per gli investimenti. Secondo il ministro, “con un maggiore margine di manovra (di bilancio), la nostra economia potrebbe finalmente uscire dall’impasse“. Anche l’industria chiede l’abolizione della norma.

Sul fronte economico, nonostante l’euforia del torneo di calcio europeo e gli aumenti salariali, i consumi privati stentano a decollare. E ciò perché anche in Germania c’è un clima di incertezza prevalente. Aumenta, inoltre, la disoccupazione, che incoraggia i consumatori a risparmiare per precauzione. La debolezza della domanda estera e la politica monetaria restrittiva continuano a pesare sull’attività. E gli indicatori anticipatori dell’industria mostrano che la fase di debolezza continuerà nella seconda metà dell’anno, secondo il Ministero dell’Economia.

La ricetta del Governo Scholz

Secondo il ministero, a partire dalla fine del 2024 lo slancio della crescita economica in Germania dovrebbe riprendere. Il governo del Cancelliere Olaf Scholz, ancora molto impopolare, conta sulla sua “iniziativa per la crescita” proposta quest’estate, che comprende un pacchetto di misure da attuare rapidamente. Il piano prevede agevolazioni fiscali, una riduzione permanente dei prezzi dell’energia per l’industria, una riduzione della burocrazia e incentivi per mantenere gli anziani nel mercato del lavoro e attirare lavoratori qualificati dall’estero per far fronte alla carenza di manodopera.

Il piano del Governo rimane “insufficiente per rilanciare l’economia“, ha commentato Peter Adrian, presidente della Camera di Commercio e Industria tedesca (DIHK). Cinque importanti istituti (DIW, Ifo, IfW Kiel, IWH e RWI) avevano già stimato a settembre che la crescita non sarebbe tornata al ritmo pre-pandemico e avevano già abbassato le loro previsioni annuali. Queste vanno ora dalla stagnazione a una leggera recessione. Per i prossimi due anni, questi istituti sono meno ottimisti di Berlino, prevedendo una debole ripresa con aumenti del Pil dello 0,8% nel 2025 e dell’1,3% nel 2026.

Le famiglie spendono in istruzione solo l’1% del proprio bilancio, il 4% va in alcolici e sigarette

Spese scuola istruzione famiglie italiane
Foto X @CorriereUniv

Nei giorni in cui in Italia riaprono le scuole si fanno i conti con le spese per l’istruzione. Nel 2023 quasi un terzo dei consumi delle famiglie, pari 1.258 miliardi di euro complessivi su tutto l’anno, se n’è andato per la casa, mentre appena l’1% è quando si spende per istruzione e cultura. Se l’abitazione, l’anno scorso, ha risucchiato 364 miliardi dalle tasche degli italiani, libri di testo e formazione hanno pesato, sui bilanci familiari, per 9,7 miliardi.

Si tratta dell’unica voce in calo (-2%), nei conti, rispetto al 2019. Se ne va in alcolici e sigarette il 4% dei budget delle famiglie italiane ovvero quasi 50 miliardi, molto di più di quello si spende per farsi una cultura e/o darla ai giovani. Per quanto riguarda la sanità, la spesa è cresciuta di 5 miliardi (+12%) rispetto al 2019: da 34 miliardi a 43 miliardi. Ma se nel 2019 questa voce del bilancio delle famiglie occupava il 4% del totale, alla fine dello scorso anno è diminuita al 3%.

I consumi delle famiglie

I dati emergono dalla radiografia dei consumi delle famiglie italiane che ha realizzato il Centro studi di Unimpresa. Secondo l’istituto dal 2019 al 2023, dunque prima e dopo la pandemia da Covid, la spesa delle famiglie, complice soprattutto la fiammata dell’inflazione del biennio scorso, è salita di 171 miliardi (+16%), da 1.087 miliardi a 1.258 miliardi.

I dati sono la perfetta rappresentazione della nostra società e mostrano anche i guasti del sistema pubblico oltre a mettere in evidenza alcune caratteristiche negative sul piano culturaleha commentato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. “Partendo dal basso, è chiaro che prestiamo troppa poca attenzione alla formazione e all’istruzione. Il servizio sanitario nazionale non funziona e impone alle famiglie sacrifici eccessivi. La voce ‘trasporti’ sarebbe più contenuta se le amministrazioni pubbliche, territoriali e statali, fossero capaci di offrire servizi migliori ai cittadini“.

Come si sono evolute le spese in 5 anni

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato dati dell’Istat e della Corte dei conti, nel 2023 la spesa delle famiglie è arrivata a 1.258 miliardi, in aumento di 171 miliardi (+16%) rispetto ai 1.087 miliardi del 2019. Nel quinquennio in esame, la radiografia dei consumi degli italiani mostra una invarianza nella sua composizione, a esclusione della spesa per servizi sanitari che, pur in crescita in termini assoluti (+5 miliardi, da 38 miliardi a 43 miliardi), valeva il 4% del totale nel 2019 e “solo” il 3% a dicembre scorso.

Tutte le voci risultano in crescita, con aumenti che variano dal 5% al 34%, con due eccezioni: la voce “comunicazioni“, rimasta ferma a 23 miliardi, e quella “istruzione“, calata di 200 milioni (-2%) da 9,9 miliardi a 9,7 miliardi. Più nel dettaglio, sul totale di 1.258 miliardi, nel 2023 la casa (utenze, mobili, elettrodomestici e manutenzione) è costata in tutto 364 miliardi, in aumento di 53 miliardi (+17%) rispetto ai 311 miliardi del 2019. Questa voce vale il 29% del totale.

Dopo la casa, il cibo e i trasporti

La seconda posizione nella classifica dei consumi è occupata dagli alimenti, con 185 miliardi lo scorso anno in crescita di 30 miliardi (+19%) rispetto ai 155 miliardi del 2019. Terzo posto per i trasporti con 160 miliardi, in salita di 10 miliardi rispetto ai 141  miliardi di cinque ani fa (+14%), stabili al 13% del totale.

Beni e servizi vari “prelevano150 miliardi dai conti familiari, facendo segnare, col più 34%, la crescita maggiore pari a 38 miliardi rispetto ai 112 miliardi del 2019. La percentuale sul totale dei consumi è salita dal 10% al 12%. Le famiglie non rinunciano ad alberghi e ristoranti, che continuano a occupare il 10% dei budget: i 113 miliardi del 2019 sono diventati, con una crescita di 11 miliardi (+9%), 124 miliardi.

 

 

 

Italia, pagamenti digitali in crescita

Sono in significativa crescita in Italia acquisti e pagamenti tramite strumenti digitali. Dal bancomat alla carta di credito, e fino alle carte prepagate, gli italiani sempre più spesso scelgono di abbandonare il contante e avvalersi dell’elettronica. La conferma arriva dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. L’istituto evidenzia come i pagamenti digitali con carta in Italia abbiano raggiunto i 223 miliardi di euro nei primi 6 mesi di quest’anno.

In base all’analisi dell’Osservatorio, il valore transato dei pagamenti digitali (+8,6%) ha segnato un rallentamento rispetto a quanto registrato nello stesso periodo del 2023. Nei primi 6 mesi dello scorso anno, infatti, la crescita sui 12 mesi era del +13%. Tuttavia  da un altro punto di vista continua l’aumento sostenuto del numero di transazioni, che si attesta a 5,2 miliardi (+15,6%).

Trend in crescita

Di conseguenza, sottolinea Businesspeople.it, diminuisce l’importo dello scontrino medio, pari a 42,80 euro (rispetto al precedente 45,50 euro). Si tratta di un segnale significativo circa l’importanza di un utilizzo sempre più frequente dei pagamenti con carta anche per acquisti di importo più contenuto, un trend spinto soprattutto dalle carte di debito. Il valore dei pagamenti fatti in modalità contactless (sia tramite carte sia tramite wallet Nfc) ha superato i 130 miliardi di euro di transato, segnando una crescita del +23%.

Oggi quasi 9 pagamenti con carta in negozio su 10 in Italia si  effettuati in questa modalità. Il mercato dei pagamenti da smartphone e wearable in prossimità (ossia all’interno dei punti vendita), infine, continua la sua corsa. E si attesta a 19,9 miliardi di euro transati nei primi sei mesi del 2024, con una crescita del 58%. Aumenta anche il numero di transazioni, che supera 760 milioni nello stesso periodo (+68%).

I negozianti e i pagamenti digitali

Ora, se i costi dei pagamenti digitali per i privati sono regolati dai conti correnti ai quali sono agganciati le carte o i wallet (e negli ultimi anni non sono diminuiti), per i negozianti il tema dei costi di accettazione dei pagamenti elettronici resta serio. Per molti esercenti le commissioni che le banche applicano sulle transazioni ricevute sono ancora elevate. Per favorire un cambiamento in questo settore i rappresentanti degli esercenti e quelli degli operatori dei servizi di pagamento hanno siglato un apposito protocollo.

Si tratta di uno strumento che ha definito regole e standard per confrontare le offerte su diversi profili di esercente. “È emerso che il costo delle commissioni che impatta sul transato annuale varia da meno dello 0,9% per un negozio con scontrino medio pari a 5 euro, a oltre l’1,20%. In questo caso di parla di uno scenario in cui non vi siano microtransazioni in negozio. Percentuali che possono però crescere per esercizi commerciali in zone turistiche o con grande flusso di viaggiatori“. Così spiega il nodo della questione Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments.

A queste percentuali è necessario sommare le spese legate ai terminali Pos come canoni mensili o installazione, differenti a seconda della banca e del tipo di terminale scelto». L’analisi richiama anche le politiche di prezzo degli operatori. Una maggiore diffusione dei pagamenti elettronici imporrebbe quella riduzione dei costi per gli esercenti e quella maggiore trasparenza che ancora manca.

Stellantis ferma la produzione in 3 stabilimenti: Termoli, Pomigliano e Pratola

È un autunno durissimo quello di Stellantis e soprattutto dei suoi operai che rischiano massicciamente di perdere il posto di lavoro. Il 16 ottobre l’azienda automobilistica ha comunicato ai sindacati le prossime giornate di sospensione delle attività produttive previste per alcuni stabilimenti italiani. Vale a dire Pomigliano d’Arco, Termoli e Pratola Serra, a novembre.

Queste misure “sono necessarie per adeguare la produzione alle attuali condizioni di mercato e per garantire una gestione efficiente delle risorse” si legge in una nota. Le condizioni di mercato sono pessime: Stellantis è in crisi e le auto elettriche sono un flop clamoroso. Nel dettaglio, a Pomigliano d’Arco (Napoli) la produzione della linea Panda sarà sospesa nelle seguenti singole giornate: 11, 14, 15, 18, 21, 22, 25, 28 e 29 novembre 2024.

A Termoli (Campobasso) sulla Linea Fire la produzione si fermerà dall’11 al 24 novembre 2024 mentre sulle linee GME/GSE/V6 la produzione cessa nelle singole giornate 11, 15, 18 e 22 novembre 2024. Infine nello stabilimento di Pratola Serra (Avellino) la produzione sarà sospesa nelle singole giornate dell’11 e 12 novembre 2024.

Stellantis in crisi

Stellantis sta affrontando un momento particolarmente complesso nel percorso di transizione a causa della mancanza di ordini legata all’andamento del mercato dei veicoli elettrificati in Europa” si legge in una nota. Una realtà “che sta mettendo in difficoltà tutti i produttori, soprattutto europei“. “Siamo determinati a garantire la continuità dei nostri impianti e delle attività in questo momento complicato e continuiamo a supportare tutti i nostri colleghi e colleghe in questa fase. Si tratta di un percorso impegnativo, che comporta scelte complesse e non offre soluzioni immediate, ma richiede unità d’intenti e visione per accompagnare questa grande azienda, insieme a tutti i suoi dipendenti, nel futuro“.

Le stime negative di Moody’s

Intanto l’agenzia di rating Moody’s conferma i rating Baa1 e (P)P-2 per Stellantis N.V. ma taglia l’outlook da stabile a negativo. Una scelta, spiega l’agenzia, che avviene sulla scia della “gravità del cash burn previsto nel secondo semestre del 2024. A seguito del recente profit warning del management con l’aspettativa che la performance operativa rimbalzerà l’anno prossimo“.

Consegne in calo rispetto al 2023

Stellantis stima che le consegne consolidate nel trimestre chiuso il 30 settembre ammontino a 1.148mila unità. Ossia il 20% in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. Il calo delle consegne è stato maggiore rispetto a quello delle vendite ai clienti finali nel periodo, che si sono ridotte di circa il 15%, scontando l’impatto temporaneo della transizione del portafoglio prodotti e delle iniziative di riduzione delle scorte presso la rete.

Nel dettaglio, si legge in una nota del gruppo, in Nord America, le consegne sono diminuite di circa 170mila unità, di cui oltre 100mila unità relative ai preannunciati tagli alla produzione con l’intento di ridurre lo stock presso la rete. In Europa allargata, le consegne dagli stabilimenti sono diminuite di circa 100mila unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per il posticipo del lancio dei modelli basati sulla piattaforma Smart Car, inclusa la Citroen C3 (che ha iniziato a essere consegnata alla rete in settembre).

Le prospettive per il lancio dei nuovi modelli di Stellantis in Europa sono al momento robuste con ordini per 50mila unità per la nuova Citroen C3 e di 80mila unità per la nuova Peugeot 3008. Nel “Terzo Motore” di Stellantis (che si riferisce all’aggregazione dei segmenti Sud America, Medio Oriente e Africa e Cina e India e Asia Pacifico, solo a scopo di presentazione) le consegne sono rimaste complessivamente invariate. Poiché la crescita in Sud America ha compensato i cali in Medio Oriente & Africa, Cina e India e Asia Pacifico.

Stellantis, Tavares non esclude licenziamenti (sul modello Volkswagen)

Questa fine 2024 sta materializzando l’incubo di licenziamenti di massa nell’automotive: lo dimostra il caso Volkswagen in Germania, al quale il Ceo di Stellantis, Carlos Tavares, sembra volersi ispirare. “Non scarto nulla” è infatti la lapidaria dichiarazione di Tavares intervistato da radio Rtl al Salone dell’Auto di Parigi su possibili licenziamenti nell’ex Fiat .

L’amministratore delegato in odor di sostituzione si è spinto a non escludere un taglio ai posti di lavoro se la salute finanziaria del gruppo automobilistico non dovesse migliorare. Non che finora non sia avvenuto – solo quest’anno in Italia sono state incentivate quasi 3mila uscite – ma il concetto è sempre stato edulcorato. E affidato alla volontarietà di interrompere il rapporto di lavoro. Adesso, invece, le parole del numero uno dell’ex Fiat sono chiare.

Tavares vuole tagliare ma non solo

La salute finanziaria di Stellantis non passa unicamente dalla soppressione di posti” ha poi precisato nell’intervista Rtl. Bensì “passa attraverso tante altre cose: immaginazione, intelligenza, innovazione. Che è quello che stiamo facendo” ha assicurato Carlo Tavares. Per il portoghese la soppressione dei posti di lavori “non è al centro della nostra riflessione strategica“. Ma in ogni caso, l’opzione ufficialmente non può essere esclusa.

Si tratta soltanto di una minaccia al fine d’indurre il Governo Meloni a più miti consigli e dunque andare a incassare aiuti economici di rilievo? Non è ancora chiaro. Certo, però, adesso l’ipotesi licenziamenti (come in Germania sta facendo Volkswagen) è un incubo che per migliaia di famiglie si sta avvicinando.

Altri hanno creato il caos e voi chiedete a me di risolvere la situazione e di garantire posti di lavoro” si è poi arrabbiato Tavares a Parigi. Come se non fosse lui l’attuale ‘timoniere’ di Stellantis. “Non sono un mago, sono un essere umano come voi” ha detto ancora l’ad rispondendo ai cronisti italiani a margine del Salone dell’Auto. E di fatto sminuendo il suo ruolo di amministratore delegato di una delle più grandi aziende automobilistiche del mondo. “Mi chiedete di risolvere problemi creati da altri. Per risolvere quelle situazioni potrei dover fare cose che non saranno accolte bene” ha insistito l’ad. Secondo lui il problema fondamentale è la regolamentazione imposta dall’Unione europea sull’elettrificazione del comparto automobilistico.

Il dramma delle auto elettriche

Del resto, appena domenica scorsa 13 ottobre, al quotidiano francese Les Echos aveva detto che le misure protezionistiche sulle auto cinesi, con i dazi e la chiusura delle frontiere, saranno alla fine controproducenti. “Non aiuta. Investire in fabbriche sul suolo europeo consentirà ai produttori cinesi di evitare le tariffe. Inoltre, la loro impronta europea sarà in parte finanziata dai sussidi statali nei Paesi a basso costo. Non dovrebbe quindi sorprendere se i siti dovessero chiudere per compensare le sovraccapacità” ha avvertito. Un concetto già espresso in passato, visto che di fronte alla volontà del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, intenzionato a portare un costruttore cinese in Italia, aveva minacciato “vittime” se fosse avvenuto.

Da fine ottobre, le auto cinesi vendute in Europa saranno oggetto di una tassa all’importazione fino al 45%. Alcuni costruttori del Dragone, come Byd, hanno già annunciato di aprire siti in Europa per evitare le sovratasse. Vede un rischio per i siti Stellantis? “Non bisogna escludere nulla” ha sottolineato Tavares. Che poi ha aggiunto: “Se i cinesi prendono 10% delle quote di mercato in Europa al termine della loro offensiva, questo vuol dire che peseranno per 1,5 milioni di auto. Questo rappresenta sette fabbriche di assemblaggio. I costruttori europei dovranno allora sia chiudere, sia trasferirle ai cinesi“.

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