
Malattia professionale e nesso causale: un percorso tecnico e insidioso
Capire come si dimostra la correlazione tra un’attività lavorativa e una patologia dell’apparato muscolo-scheletrico è, ancora oggi, uno degli snodi più complessi del diritto previdenziale italiano. Il tema della malattia professionale nesso causale si colloca all’intersezione tra medicina legale, epidemiologia occupazionale e giurisprudenza del lavoro, e riguarda ogni anno migliaia di lavoratori che si trovano a dover dimostrare — spesso contro le resistenze dell’INAIL o del datore di lavoro — che la propria tendinopatia, la propria sindrome del tunnel carpale o la propria lombalgia cronica non è frutto del caso, ma della ripetitività e dell’intensità delle mansioni svolte per anni. Come rilevato da chi studia questi procedimenti, il riconoscimento di una malattia professionale è uno dei percorsi previdenziali più tecnici e insidiosi che un lavoratore possa affrontare: la patologia insorge lentamente, i sintomi si sovrappongono a condizioni degenerative comuni, e il nesso causale è sistematicamente contestato. Questo articolo analizza il quadro normativo vigente, l’evoluzione giurisprudenziale più recente — con particolare attenzione alle sentenze del 2025 e del 2026 — e le implicazioni pratiche per lavoratori e professionisti legali.
Il quadro normativo: malattie tabellate e non tabellate
Il sistema italiano di tutela contro le malattie professionali si fonda sul decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, integrato e aggiornato da successivi decreti ministeriali che hanno ridefinito le liste delle malattie oggetto di copertura INAIL. Il meccanismo è articolato su due livelli distinti, che producono conseguenze radicalmente diverse sul piano probatorio.
Le malattie tabellate: la presunzione legale di causalità
Le malattie inserite nelle tabelle ministeriali — tradizionalmente denominate Lista I (o Lista A) per le malattie con elevata probabilità di origine lavorativa, e Lista II (o Lista B) per quelle con probabilità di origine lavorativa limitata — godono di una presunzione legale relativa di nesso causale. In termini pratici, ciò significa che il lavoratore non è tenuto a dimostrare che la propria patologia è stata causata dall’attività lavorativa: è sufficiente provare che ha svolto la lavorazione indicata nella tabella per il periodo minimo previsto e che la malattia rientra tra quelle elencate. L’onere della prova si inverte: spetta all’INAIL o al datore di lavoro dimostrare l’assenza del nesso.
Le tabelle sono periodicamente aggiornate per recepire le acquisizioni della scienza medica e dell’epidemiologia occupazionale. Negli ultimi anni, alcune patologie da sovraccarico biomeccanico — come la sindrome del tunnel carpale in determinate categorie di lavoratori — sono state incluse o ampliate nelle liste, riconoscendo la solidità del collegamento tra esposizione professionale e insorgenza della malattia. Tuttavia, il perimetro delle malattie tabellate rimane più ristretto rispetto all’universo reale delle patologie di origine lavorativa, il che rende particolarmente rilevante la disciplina delle malattie non tabellate.
Le malattie non tabellate: il peso della prova sul lavoratore
Per le patologie che non figurano nelle tabelle ministeriali, o che vi figurano ma in relazione a lavorazioni diverse da quelle effettivamente svolte dal lavoratore, il regime probatorio cambia radicalmente. È il lavoratore — o chi agisce per suo conto — a dover dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la propria attività lavorativa e la malattia diagnosticata. Questa dimostrazione deve avvalersi di tutti gli strumenti disponibili: documentazione medica, perizie di medicina del lavoro, ricostruzione dettagliata delle mansioni svolte, valutazioni ergonomiche, e dati epidemiologici di riferimento.
La giurisprudenza ha progressivamente affinato i criteri che governano questo accertamento, e le sentenze più recenti — come si vedrà — hanno consolidato uno standard preciso: non basta la mera possibilità che la malattia sia di origine professionale; occorre raggiungere il livello della ragionevole certezza.
Il sovraccarico biomeccanico: natura del rischio e patologie correlate
Il rischio da sovraccarico biomeccanico non è determinato da un evento singolo e identificabile, ma è la somma di tanti micro-traumi che nel tempo compromettono progressivamente i tessuti muscolari, tendinei, articolari e nervosi. Questa caratteristica lo distingue nettamente dall’infortunio sul lavoro e lo rende, dal punto di vista giuridico, molto più difficile da gestire: non esiste un momento preciso in cui il danno si è prodotto, non esiste un episodio da descrivere e documentare, ma un processo graduale e silenzioso di deterioramento biologico.
L’esposizione prolungata a questo tipo di rischio può causare disturbi e patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, nervoso e tendineo che, nei casi più gravi, possono comportare invalidità permanenti. Le patologie più frequentemente associate al sovraccarico biomeccanico in ambito lavorativo includono:
- Tendinopatie (tendinite della cuffia dei rotatori, epicondilite, tendinite del sovraspinoso): tipiche di lavoratori che eseguono movimenti ripetitivi degli arti superiori o mantengono posture incongrue delle spalle;
- Sindrome del tunnel carpale: compressione del nervo mediano al polso, associata a movimenti ripetitivi della mano e dell’avambraccio, uso di strumenti vibranti, posture in flessione o estensione prolungata del polso;
- Lombalgia cronica e discopatie: correlate alla movimentazione manuale dei carichi, alle posture sedentarie prolungate e alle vibrazioni trasmesse al corpo intero;
- Sindrome dello stretto toracico e altre neuropatie periferiche da compressione;
- Artrosi precoce di ginocchio, anca e spalla in lavoratori esposti a carichi articolari ripetuti.
Il sovraccarico biomeccanico è una condizione di rischio diffusa in diversi contesti lavorativi, e le patologie muscolo-scheletriche rappresentano una parte importante delle denunce di malattia professionale registrate ogni anno. I settori maggiormente esposti comprendono la logistica e il magazzinaggio, la manifattura (in particolare le linee di assemblaggio), l’edilizia, l’agricoltura e, in misura crescente, il settore sanitario e socio-assistenziale — dove operatori e infermieri sono quotidianamente esposti a movimentazione di pazienti e posture incongrue.
👉 Leggi anche: Malattia professionale e nesso causale: come i lavoratori provano il danno da esposizione occupazionale
Il nesso causale nelle malattie professionali da sovraccarico: standard probatori
L’accertamento del nesso causale rappresenta l’elemento centrale e imprescindibile per il riconoscimento di una malattia professionale. È su questo terreno che si giocano la maggior parte delle controversie tra lavoratori e INAIL, e su questo terreno che la giurisprudenza ha elaborato i propri criteri più raffinati.
Il criterio della ragionevole certezza
La giurisprudenza italiana — consolidata anche dalle pronunce più recenti — distingue nettamente tra causalità penale e causalità civile-previdenziale. Mentre nel diritto penale si richiede la certezza al di là di ogni ragionevole dubbio, nel contenzioso previdenziale si applica il criterio della ragionevole certezza: il nesso causale deve essere dimostrato con un grado di probabilità tale da escludere le spiegazioni alternative come mere possibilità astratte.
Il Tribunale di Civitavecchia, con la sentenza n. 594 del 17 novembre 2025, ha ribadito con chiarezza che nella malattia professionale non tabellata o con eziologia multifattoriale la prova del nesso con l’attività lavorativa deve raggiungere un livello di ragionevole certezza, e che non basta una semplice possibilità che la patologia sia riconducibile all’esposizione professionale. Analogamente, il Tribunale di Torino, con la sentenza n. 2090 del 27 marzo 2026, ha confermato che nelle malattie non tabellate l’accertamento del nesso di causalità segue il medesimo criterio della ragionevole certezza, escludendo sia l’automatismo della presunzione tabellare sia la sufficienza di una mera correlazione statistica.
Queste pronunce si inseriscono in un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato che, lungi dall’irrigidire il sistema a sfavore del lavoratore, ne definisce con precisione le regole del gioco: la prova deve essere rigorosa, ma non impossibile. Il lavoratore non deve dimostrare la certezza assoluta dell’origine professionale, ma deve costruire un quadro probatorio coerente e persuasivo.
La multifattorialità come sfida probatoria
Le malattie da sovraccarico biomeccanico presentano quasi sempre un’eziologia multifattoriale: accanto all’esposizione lavorativa concorrono fattori individuali come l’età, il peso corporeo, la predisposizione genetica, eventuali patologie preesistenti, e stili di vita extralavorativi. Questa multifattorialità è spesso invocata dall’INAIL o dal datore di lavoro per contestare il nesso causale, sostenendo che la patologia sarebbe insorta anche in assenza dell’esposizione professionale.
La giurisprudenza ha risposto a questa obiezione con il principio della concausa efficiente e determinante: non è necessario che l’attività lavorativa sia la causa esclusiva della malattia, ma è sufficiente che abbia concorso in modo efficiente alla sua insorgenza o al suo aggravamento. In altri termini, se l’esposizione professionale ha accelerato, aggravato o precipitato l’insorgenza di una patologia che altrimenti non si sarebbe manifestata — o si sarebbe manifestata molto più tardi — il nesso causale è integrato e la malattia è riconoscibile come professionale.
Questa impostazione è particolarmente rilevante per le lombalgie e le discopatie, dove la componente degenerativa è quasi sempre presente, ma l’accelerazione patologica determinata da anni di movimentazione manuale dei carichi può essere dimostrata con adeguate perizie medico-legali e ricostruzioni ergonomiche delle mansioni svolte.
Gli strumenti di prova: dalla perizia medico-legale alla valutazione ergonomica
Costruire la prova del nesso causale in una malattia professionale da sovraccarico biomeccanico richiede un approccio multidisciplinare che integra competenze mediche, ergonomiche e giuridiche. I principali strumenti a disposizione del lavoratore e del suo difensore sono i seguenti.
La perizia medico-legale
Il medico legale specializzato in medicina del lavoro è la figura centrale del procedimento di accertamento. Il suo compito è duplice: da un lato, inquadrare la diagnosi della patologia e valutarne la gravità e l’evoluzione; dall’altro, analizzare la coerenza biologica tra le caratteristiche dell’esposizione lavorativa e il quadro patologico riscontrato. La perizia deve rispondere a domande precise: la patologia è compatibile, per tipo e sede, con il tipo di sovraccarico cui il lavoratore è stato esposto? I tempi di insorgenza sono coerenti con la durata e l’intensità dell’esposizione? Esistono fattori extralavorativi che possano spiegare autonomamente la patologia?
👉 Leggi anche: Malattia professionale e nesso causale: il nuovo orientamento della Cassazione sulla responsabilità del datore nel 2025-2026
La valutazione ergonomica delle mansioni
Accanto alla perizia medica, è spesso indispensabile una ricostruzione dettagliata delle mansioni svolte dal lavoratore nel corso della sua carriera. Questa ricostruzione si avvale di strumenti standardizzati di valutazione del rischio ergonomico — come il metodo OCRA per i movimenti ripetitivi degli arti superiori, il metodo NIOSH per la movimentazione manuale dei carichi, o il metodo REBA per la valutazione delle posture — che permettono di quantificare il livello di esposizione e di confrontarlo con le soglie di rischio scientificamente riconosciute. Per ulteriori approfondimenti sulle metodologie di valutazione del rischio da sovraccarico biomeccanico, si rimanda alle risorse specialistiche disponibili presso Centro Ergonomia.
La documentazione storica dell’esposizione
Un elemento spesso sottovalutato è la ricostruzione documentale dell’esposizione nel tempo: buste paga, contratti di lavoro, mansionari, registri di valutazione dei rischi, verbali di ispezione, dichiarazioni testimoniali di colleghi e superiori. Questi documenti permettono di ancorare la valutazione medica a dati concreti sull’effettiva attività svolta, superando le contestazioni basate sull’assenza di rischio formale o sulla genericità delle mansioni dichiarate.
Le conseguenze del mancato o tardivo riconoscimento
Il ritardo nel riconoscimento di una malattia professionale produce conseguenze che si estendono ben oltre la sfera previdenziale. Sul piano della salute, il lavoratore che non ottiene tempestivamente il riconoscimento rischia di continuare a svolgere le mansioni che hanno causato la patologia, aggravando irreversibilmente il proprio stato di salute. Sul piano economico, il mancato riconoscimento comporta la perdita delle prestazioni INAIL — indennità temporanea per inabilità assoluta, rendita per inabilità permanente, assistenza sanitaria specializzata — per tutto il periodo in cui il riconoscimento è stato negato o ritardato.
Sul piano risarcitorio, il lavoratore che dimostra il ritardo colpevole nel riconoscimento — ad esempio per omessa denuncia da parte del datore di lavoro, per negligenza nella valutazione dei rischi, o per comportamento ostruzionistico — può agire in sede civile per il risarcimento del danno differenziale: la differenza tra il danno biologico, morale ed esistenziale effettivamente subito e quanto già corrisposto dall’INAIL a titolo di rendita. Questo tipo di azione, che presuppone la prova della colpa datoriale, è particolarmente rilevante nei casi in cui il datore di lavoro non abbia adottato le misure di prevenzione previste dalla normativa vigente — in primo luogo il decreto legislativo n. 81 del 2008 — o abbia omesso di denunciare tempestivamente la malattia professionale di cui era a conoscenza.
Per una panoramica completa sulle tutele INAIL e sulle implicazioni del nesso causale nelle malattie professionali, si rimanda all’analisi disponibile su Studio Legale MP, che esamina il tema con particolare attenzione alle strategie difensive del lavoratore.
Settori a rischio e prospettive per il 2026
Il panorama delle malattie professionali da sovraccarico biomeccanico non è statico: evolve con l’evoluzione dei modelli organizzativi del lavoro. Alcuni settori presentano oggi profili di rischio particolarmente elevati che meritano attenzione specifica.
Nel settore della logistica e del magazzinaggio, la diffusione dell’e-commerce ha intensificato i ritmi di lavoro e aumentato la movimentazione manuale dei carichi, con lavoratori chiamati a svolgere operazioni ripetitive per molte ore consecutive in condizioni di forte pressione temporale. Il settore manifatturiero, soprattutto nelle linee di assemblaggio con cicli brevi e movimenti altamente ripetitivi degli arti superiori, continua a produrre un numero significativo di patologie da sovraccarico. Il settore sanitario e socio-assistenziale, infine, presenta un profilo di rischio peculiare legato alla movimentazione dei pazienti non collaboranti, con operatori esposti a carichi articolari elevati e imprevedibili.
Dal punto di vista normativo e giurisprudenziale, il 2026 conferma la tendenza già emersa negli anni precedenti: i tribunali del lavoro mostrano una crescente attenzione alla qualità della prova del nesso causale, richiedendo perizie medico-legali rigorose e valutazioni ergonomiche dettagliate, ma al contempo riconoscono la sufficienza del criterio della ragionevole certezza senza esigere prove impossibili. Il consolidarsi di questo orientamento — testimoniato dalle sentenze di Civitavecchia e Torino citate — offre ai lavoratori degli strumenti processuali più chiari, a condizione che la propria posizione sia adeguatamente documentata e sostenuta da competenze tecniche specialistiche.
Indicazioni pratiche per lavoratori e professionisti
Alla luce di quanto esposto, è possibile delineare alcune indicazioni operative per chi si trova a dover affrontare un procedimento di riconoscimento di malattia professionale da sovraccarico biomeccanico.
- Denunciare tempestivamente: la denuncia di malattia professionale all’INAIL deve essere presentata non appena il lavoratore è a conoscenza della diagnosi e della sua possibile origine professionale. I termini di prescrizione e decadenza sono rigorosi e il ritardo può pregiudicare irrimediabilmente la posizione del lavoratore.
- Raccogliere tutta la documentazione medica disponibile: referti, esami strumentali, cartelle cliniche, certificati di malattia, devono essere conservati con cura e messi a disposizione del medico legale incaricato della perizia.
- Ricostruire con precisione la storia lavorativa: mansioni svolte, durata, ritmi, strumenti utilizzati, eventuali misure di prevenzione adottate o non adottate. Questa ricostruzione è il fondamento su cui si costruisce la prova del nesso causale.
- Affidarsi a professionisti specializzati: sia il legale che il medico legale devono avere specifica competenza in materia di malattie professionali. La complessità tecnica di questi procedimenti rende inadeguata una difesa generalista.
- Non rinunciare in caso di rigetto amministrativo: il rigetto della domanda da parte dell’INAIL non è definitivo. Il ricorso in sede giudiziaria, supportato da una perizia medico-legale di parte adeguatamente motivata, ha concrete possibilità di successo, come dimostrano le sentenze più recenti.
Conclusione
Il riconoscimento della malattia professionale nesso causale nelle patologie da sovraccarico biomeccanico rappresenta, nel 2026, un terreno in cui diritto, medicina e tecnica ergonomica si intrecciano in modo inestricabile. La giurisprudenza più recente — con le sentenze del Tribunale di Civitavecchia del 2025 e del Tribunale di Torino del 2026 — ha confermato che il criterio della ragionevole certezza è lo standard applicabile, e che la multifattorialità della patologia non è di per sé un ostacolo insuperabile al riconoscimento, purché l’esposizione professionale sia dimostrata come concausa efficiente. Per il lavoratore che si trova a percorrere questo cammino, la chiave del successo non è la fortuna o la benevolenza dell’ente assicuratore, ma la qualità e la completezza della documentazione prodotta, la solidità della perizia medico-legale e la competenza del professionista legale che lo assiste. Investire in questi strumenti, fin dall’inizio del procedimento, è la scelta più efficace per trasformare un diritto astrattamente riconosciuto dalla legge in una tutela concretamente ottenuta.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.







