Dalle botteghe degli amanuensi alle piattaforme digitali, le professioni della conoscenza mostrano una sorprendente continuità di funzioni. Cambiano strumenti e contesti, ma restano al centro la gestione critica dell’informazione e la responsabilità etica verso chi la riceve.

Dal copista al data manager: continuità delle funzioni cognitive

La figura del copista medievale sembra lontanissima dal profilo di un data manager che lavora su database distribuiti e cloud. Eppure, se si mettono da parte penna d’oca e server farm, emergono funzioni sorprendentemente simili. Il copista non si limitava a trascrivere: selezionava i testi ritenuti degni di essere conservati, li confrontava con altre versioni, correggeva errori, talvolta annotava commenti a margine. Gestiva, in sostanza, un delicato lavoro di mediazione cognitiva tra il passato e i lettori futuri.

Il data manager di oggi, che lavora su dataset, metadata e sistemi informativi complessi, presidia allo stesso modo la qualità del contenuto. Decide quali dati raccogliere, in che formato, con quali criteri di validazione, come renderli interrogabili. Deve comprendere il contesto, interpretare le esigenze degli utenti, prevenire fraintendimenti. Cambiano le competenze tecniche, ma resta il cuore del mestiere: dare forma stabile a informazioni instabili.

Lo stesso accade in altri ambiti. Chi cura i dati di una federazione sportiva, per esempio, assolve un compito non diverso dal monaco che registrava risultati di tornei cavallereschi: costruire una memoria affidabile di prestazioni, record, classifiche, verificando che numeri e nomi siano corretti.

Selezione, validazione, diffusione: costanti storiche del lavoro intellettuale

Ogni epoca ha conosciuto forme diverse di selezione del sapere. Nelle biblioteche monastiche si decideva quali manoscritti copiare, quali lasciare invecchiare sugli scaffali. Più tardi, gli editori sceglievano che cosa mandare in stampa e cosa rifiutare, talvolta basandosi su criteri politici, religiosi o semplicemente commerciali. Oggi, motori di ricerca e piattaforme social svolgono, in automatico, una funzione simile ma su scala gigantesca.

La validazione è l’altra grande costante. La filologia, la peer review, le commissioni di esperti che certificano un dato sanitario o un protocollo tecnico svolgono lo stesso lavoro: distinguere tra informazione attendibile e rumore di fondo. Nel mondo digitale questo ruolo è spesso invisibile, delegato a algoritmi di ranking, sistemi antispam, controlli di qualità sui database. Ma l’esigenza di fidarsi di qualcuno – o di qualcosa – rimane.

Poi c’è la diffusione. Dal predicatore in piazza ai giornali, dalla radio ai portali online, il problema è sempre quello di raggiungere il pubblico giusto, con il linguaggio più efficace. Un divulgatore scientifico che spiega l’uso dei sensori biometrici negli allenamenti richiama, per molti aspetti, il maestro di scherma rinascimentale che trasmetteva la propria arte attraverso trattati illustrati.

Bibliotecari, documentalisti, curatori: nuove figure del Novecento

Nel Novecento, la crescita vertiginosa della produzione di documenti ha creato un ecosistema di professioni dedicate alla gestione del sapere. Il bibliotecario non è più solo il custode di un patrimonio librario, ma diventa uno specialista di classificazione, capace di orientare lettori e ricercatori tra cataloghi, indici, collocazioni. Con l’introduzione di sistemi come la Classificazione Decimale Dewey, il lavoro si fa più tecnico, quasi ingegneristico.

Accanto ai bibliotecari compaiono i documentalisti, figure ponte tra contenuti specialistici e organizzazioni. Nelle aziende, negli enti di ricerca, nelle pubbliche amministrazioni, il documentalista costruisce archivi tematici, thesauri di parole chiave, repertori di fonti, rassegne stampa. Non produce necessariamente nuova conoscenza, ma rende possibile trovarla, confrontarla, riutilizzarla.

Nel mondo dell’arte e dei musei, il curatore acquista un ruolo sempre più riconosciuto. Non si limita a conservare opere, ma le mette in relazione, costruisce narrazioni espositive, decide cosa mostrare e cosa lasciare nei depositi. È un lavoro che assomiglia molto a quello di chi seleziona filmati per un montaggio sportivo: scegliere le azioni chiave, ordinarle in modo da far emergere un senso, creare una sequenza che parli anche a chi non conosce tutti i dettagli tecnici.

Informatica umanistica e digital humanities come neo-scriptoria

Con l’arrivo dell’informatica umanistica e delle digital humanities si assiste a una sorta di ritorno dello scriptorium, ma in chiave digitale. Laboratori universitari, centri di ricerca, fondazioni culturali lavorano a progetti che trasformano manoscritti, archivi, collezioni in edizioni digitali, banche dati, piattaforme interattive. È un passaggio che non ha solo a che fare con la conservazione, ma con nuovi modi di leggere e interrogare i testi.

Quando un’équipe trascrive un codice medievale in formato TEI-XML, arricchendolo di annotazioni strutturate, sta ricreando la fitta trama di glosse, segni grafici, rubriche che un tempo popolavano i margini dei manoscritti. Solo che ora quei segni diventano interrogabili tramite query complesse, visualizzabili su mappe, grafici, linee del tempo.

Questi laboratori funzionano come neo-scriptoria: luoghi in cui filologi, storici, informatici, grafici e sviluppatori collaborano alla costruzione di oggetti culturali ibridi. Un po’ edizione critica, un po’ applicazione web. Non è poi così diverso da un moderno centro di analisi delle prestazioni sportive, dove fisiologi, allenatori, analisti di dati e programmatori mettono insieme competenze diverse per comprendere meglio i gesti di un atleta.

Algoritmi, piattaforme, intelligenza artificiale come nuovi mediatori

Nel passaggio alla piena era digitale, i nuovi mediatori della conoscenza non sono solo persone ma anche algoritmi e piattaforme. I sistemi di raccomandazione che suggeriscono libri, video, articoli funzionano come una sorta di bibliotecario automatizzato, che però apprende dai comportamenti degli utenti. Classificano, ordinano, filtrano, stabiliscono gerarchie di visibilità. In pratica decidono, spesso senza trasparenza, cosa è più probabile che venga letto o visto.

L’intelligenza artificiale generativa aggiunge un ulteriore livello di mediazione. Non si limita a indicare dove trovare l’informazione, ma produce direttamente testi, immagini, sintesi. È come se, in una biblioteca, oltre ai cataloghi esistessero scribi che scrivono all’istante riassunti o persino libri interi, sulla base di quanto è già stato pubblicato. Questo moltiplica le possibilità, ma anche i rischi di distorsione, appiattimento, perdita delle fonti.

Nel mondo dello sport, algoritmi di video analysis e sistemi di tracciamento automatizzato decidono quali azioni meritano di essere estratte, memorizzate, analizzate. La scelta non è più solo dell’osservatore umano: filtri software stabiliscono cosa conta come “evento rilevante”. È una nuova forma di potere editoriale, silenziosa ma significativa.

Etica della conoscenza: responsabilità antiche per problemi contemporanei

La storia lunga delle professioni della conoscenza mostra che la questione dell’etica non è un’aggiunta recente, ma un elemento strutturale. Il copista che alterava un passo teologico, il cronista che ometteva una sconfitta militare, il bibliotecario che spostava un libro in una sezione meno accessibile esercitavano forme concrete di censura, selezione, riscrittura del passato. Ogni gesto di mediazione implica una responsabilità verso chi verrà dopo.

Nell’era dei big data e dell’IA, queste responsabilità si amplificano. Chi progetta sistemi di gestione informativa decide quali variabili contano, quali restano escluse, quali bias rischiano di consolidarsi. Un database di prestazioni sportive che ignora il contesto socio-economico degli atleti può rafforzare stereotipi o influenzare politiche di selezione in modo opaco. Allo stesso modo, un algoritmo di raccomandazione che privilegia contenuti sensazionalistici altera l’ecosistema dell’informazione.

Tornano centrali alcune virtù antiche: trasparenza delle scelte, tracciabilità delle fonti, disponibilità a rendere conto delle proprie decisioni. Chi oggi lavora con la conoscenza – che sia bibliotecario digitale, data scientist, curatore di contenuti, progettista di piattaforme – eredita, in forme nuove, lo stesso compito dei vecchi custodi di archivi e scriptoria: permettere a una società di ricordare, capire, discutere se stessa.