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Orario di lavoro, diventerà obbligatoria la registrazione?

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 14 maggio 2019 nella causa C-55/2018 relativa ad un giudizio promosso da un sindacato contro un istituto di credito accusato di non fornire dati precisi sulle ore di lavoro straordinario effettuate dai lavoratori, ha stabilito che i datori di lavoro dovranno garantire l’utilizzo di sistemi “oggettivi, affidabili e accessibili” che consentano di misurare la durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore.

Estratto della pagina a cura di di Davide Boffi per il Sole 24 Ore (per il testo integrale clicca qui).

Si avvicina una rivoluzione nella gestione dei tempi di lavoro. D’ora in poi i datori dovranno garantire l’implementazione di sistemi «oggettivi, affidabili e accessibili» che consentano la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 14 maggio 2019 (causa C-55/2018), intervenendo in un giudizio promosso da un sindacato contro un istituto di credito, responsabile di non fornire informazioni precise sulle ore di lavoro straordinario effettuate dai lavoratori. La Corte ha stabilito la necessità per ciascuno Stato membro di istituire un sistema che consenta di determinare in maniera precisa il numero di ore giornaliere svolte, per misurare le ore di straordinario e il rispetto dei periodi di riposo del lavoratore.

La richiesta della Corte di Giustizia Europea

Quanto la Corte chiede di attuare agli Stati membri non è l’introduzione di un sistema di rilevazione delle presenze (già presente in molti ordinamenti a partire dall’Italia, che oggi lo menziona espressamente nell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori), bensì di un sistema che registri le ore di lavoro effettivamente svolte, con conseguente indicazione delle ore di straordinario. È interessante notare il contesto normativo in cui si muove la sentenza della Corte: decidendo il caso in esame, i giudici comunitari non menzionano nessuna norma che (a oggi) prescriva l’obbligo di un simile sistema di registrazione dell’orario di lavoro, e tuttavia si riportano ai principi fondamentali dell’ordinamento europeo (la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) e alle direttive comunitarie sulla organizzazione dell’orario di lavoro (direttive 89/391/Cee e 2003/88/Ce), per concludere che il nuovo sistema di misurazione del tempo-lavoro rappresenta la realizzazione di quel «miglioramento della sicurezza, dell’igiene e della salute dei lavoratori» che è uno dei cardini fondanti della legislazione europea sul diritto del lavoro.

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La legislazione comunitaria

Come ben chiarisce la sentenza della Corte, l’obiettivo principale della legislazione comunitaria in materia (e principalmente della direttiva 2003/88) è infatti quello di fissare prescrizioni minime «destinate a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori mediante un ravvicinamento delle disposizioni riguardanti, in particolare, la durata dell’orario di lavoro». Se dunque lo scopo precipuo del Legislatore comunitario è quello di migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori e, soprattutto, di migliorarne la sicurezza e la salute, ben si comprende come, nell’ottica della Corte, l’assenza di un sistema che consenta di misurare in modo preciso le ore di lavoro oltre l’orario «normale» costituisca un vuoto da colmare, attraverso un sistema che consenta anche al singolo lavoratore di sapere quanto abbia lavorato in eccesso.

La decisione della Corte

La decisione della Corte, una volta implementata in tutti gli Stati che, come l’Italia, non hanno ancora adottato sistemi di misurazione di questo tipo, comporterà conseguenze rilevanti, non solo in termini economici (data la probabile necessità per molte aziende di dover adeguare o addirittura introdurre i sistemi di rilevazione delle presenze) ma anche in termini di possibile aumento del contenzioso. Infatti, la possibilità per ciascun dipendente di conoscere esattamente e in modo tracciabile le ore di lavoro svolto determinerà non solo un probabile aumento del costo medio della prestazione, ma anche una crescita delle cause dirette ad accertare le ore di straordinario non remunerate e ottenere il dovuto risarcimento del danno. Sotto quest’ultimo profilo, si registrerà probabilmente l’effetto più dirompente della futura normativa, considerando il fatto che, a oggi, le controversie sulle differenze retributive per lavoro straordinario spesso scontano un vizio di origine in punto di prova a carico del lavoratore, al quale spetta l’onere di dimostrare che ha effettuato lo straordinario, ma non sempre è in grado di farlo. L’implementazione dei sistemi richiesti dalla Corte renderà più agevole l’adempimento della prova per il lavoratore. E non è esclusa una inversione dell’onere della prova, dovendo l’azienda dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di «precisa registrazione» degli straordinari.

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Le imprese più grandi potranno adattare i sistemi già in uso per le presenze

Sulla implementazione di un sistema di registrazione preciso e oggettivo delle ore lavorate per lavoratore, l’Italia si presenta ai blocchi di partenza in ritardo e un po’ in affanno. Mentre altri Paesi europei sono già intervenuti legislativamente su questo punto, in Italia l’obbligo non esiste ancora, perché l’articolo 5 del Dlgs 66/2003 (di attuazione della direttiva comunitaria 2003/88/Ce) si limita a prescrivere che «il lavoro straordinario deve essere computato a parte e compensato con le maggiorazioni retributive previste dai contratti collettivi di lavoro».

La situazione in Italia

Eppure l’Italia è anche tra gli Stati in cui si lavora di più, come confermano i dati Ocse aggiornati al 2018, da cui si evince che, con 1.723 ore lavorate annuali pro capite, l’Italia è leggermente sotto la media complessiva dei Paesi Ocse (pari a 1.724 ore lavorate annue) ma abbondantemente al di sopra della media dei Paesi europei, in cui si lavora decisamente di meno: da Spagna (1.701 ore annue) a Regno Unito e Francia quasi a pari merito (rispettivamente 1.538 e 1.520 ore annue) sino ad arrivare alla Germania dove si lavorano mediamente 1.363 ore all’anno (ben 360 ore in meno rispetto all’Italia).

In questo contesto, tuttavia, l’introduzione di un sistema che consenta la misurazione precisa della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore porterà ragionevolmente a un tendenziale abbassamento della media di ore lavorate per anno, mentre sarà molto limitata la possibilità sia di derogare ai limiti di orario giornalieri sia, soprattutto, di evitare il pagamento di ore di lavoro straordinario effettivamente svolte.

I sistemi di misurazione

Sulle modalità concrete di attuazione del sistema di misurazione dell’orario e in particolare sulla forma che dovrà assumere, la sentenza della Corte di giustizia demanda agli Stati membri il compito di individuare le forme più adatte tenendo conto, se del caso, delle specificità proprie di ogni settore di attività interessato e anche delle particolarità delle dimensioni delle imprese.

Quest’ultimo punto è molto rilevante: è chiaro che le aziende che principalmente sosterranno i maggiori oneri per implementare il nuovo sistema di misurazione saranno le piccole e medie imprese, visto che le grandi realtà aziendali sono già dotate di sistemi, spesso sofisticati, di rilevazione delle presenze e di specifiche procedure aziendali che prevedono strumenti di registrazione e di conservazione di questi dati, anche nel rispetto della privacy.

Le piccole e medie imprese

Ma non saranno probabilmente solo le imprese di piccole e medie dimensioni ad avere problemi nell’implementazione del nuovo sistema. Infatti, in un mondo del lavoro sempre più orientato a metodologie flessibili o “smart” in cui prevale la smaterializzazione del luogo di lavoro, risulta difficile – se non addirittura anacronistico – pensare a un sistema rigido di misurazione del tempo del lavoro. Vedremo, in questo senso, come il Legislatore nazionale riuscirà a contemperare le esigenze di una prestazione lavorativa sempre più liquida con il nuovo sistema previsto dalla sentenza della Corte di giustizia.

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