La definizione di obiettivi individuali è uno degli snodi più delicati nell’esercizio del potere direttivo. Tra esigenze organizzative, vincoli legali e contrattazione collettiva, il confine tra legittima gestione e abuso può diventare sottile. Una corretta impostazione di target, procedure e controlli è decisiva sia per prevenire il contenzioso sia per difendere le scelte aziendali in giudizio.
Il potere direttivo tra flessibilità operativa e abusi
Il potere direttivo è lo strumento con cui il datore organizza il lavoro, assegna compiti, definisce priorità e, sempre più spesso, stabilisce obiettivi individuali. È un potere ampio, che trova fondamento nel contratto di lavoro e nella posizione organizzativa dell’impresa, ma non è mai arbitrario. Deve comunque misurarsi con i limiti posti dalla legge, dai contratti collettivi e dal rispetto della dignità della persona.
L’introduzione di target quantitativi o indicatori di performance ha ampliato l’area di manovra del datore, ma ha anche reso più frequenti i casi di contestazione. Gli obiettivi possono incidere sui premi di risultato, sui percorsi di carriera o perfino sulle sanzioni disciplinari, trasformandosi di fatto in un filtro selettivo. Qui il rischio di abuso diventa concreto.
Nella prassi, molti conflitti nascono quando gli obiettivi sono percepiti come irraggiungibili, imposti senza confronto, o modificati in corsa senza criteri chiari. In alcuni settori, come vendite o call center, il target è il cuore della prestazione e influenza ogni aspetto della giornata lavorativa. Il confine tra legittima organizzazione e pressione indebita passa dalla coerenza degli obiettivi con la mansione e dalla trasparenza delle regole che li governano.
Criteri di correttezza nella fissazione degli obiettivi individuali
Stabilire obiettivi individuali non significa solo fissare un numero su un foglio Excel. Dal punto di vista giuridico, il datore è tenuto a rispettare i principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro. Ne deriva che i target vanno determinati secondo criteri coerenti, non discriminatori e verificabili.
Un primo elemento è la coerenza con l’inquadramento: non si possono pretendere risultati propri di una figura senior da un lavoratore appena inserito, oppure trasferire automaticamente obiettivi pensati per un’area geografica a un’altra con mercato completamente diverso. Contano anche le competenze effettive, il livello di autonomia, gli strumenti messi a disposizione.
Altro punto è la trasparenza: i lavoratori devono conoscere in modo chiaro parametri, formule di calcolo, elementi che incidono su bonus e valutazione. Obiettivi formulati in modo generico, o legati a criteri non esplicitati, diventano difficili da difendere in giudizio. La giurisprudenza guarda con attenzione anche alla non discriminazione: assegnare sistematicamente target più gravosi ad alcune categorie (ad esempio, rientri da maternità o lavoratori più critici) può configurare comportamenti ritorsivi o comunque illeciti.
In pratica, chi decide i target dovrebbe poter spiegare, con dati e logica, perché quell’obiettivo è stato fissato proprio in quel modo per quella persona.
Proporzionalità, ragionevolezza e sostenibilità dei carichi di lavoro
Il nodo più sensibile riguarda la proporzionalità degli obiettivi. Un target non è legittimo solo perché formalmente uguale per tutti; deve essere ragionevole in rapporto al carico di lavoro complessivo, alla durata dell’orario e alle risorse disponibili. Quando la realizzazione degli obiettivi richiede sistematicamente straordinari non retribuiti, sacrifici eccessivi sulla vita privata o un ritmo di lavoro costantemente oltre soglia, il sistema entra in zona di rischio.
Il principio di ragionevolezza impone di confrontare i target con dati storici, andamenti del mercato, performance medie di gruppi omogenei. Nello sport agonistico, nessun allenatore serio pretende un record personale a ogni gara: si lavora per step progressivi, tenendo conto della condizione fisica e del calendario. Nel lavoro non è diverso, anche se il linguaggio è meno diretto.
La sostenibilità è collegata anche ai profili di sicurezza e salute. Obiettivi eccessivamente pressanti possono aumentare il rischio di infortuni, errori professionali, situazioni di stress lavoro-correlato. Non è raro che, in giudizio, la prova di target irragionevoli sia utilizzata a sostegno di domande per danno non patrimoniale o per mobbing organizzativo. Un sistema di obiettivi sano dovrebbe prevedere margini di aggiustamento e non trasformare l’eccezione (il massimo sforzo) nella regola.
Il ruolo della contrattazione collettiva sui sistemi di target
La contrattazione collettiva gioca un ruolo decisivo nel dare cornice e limiti ai sistemi di obiettivi. Molti CCNL disciplinano già i premi di risultato, gli indicatori di produttività e i criteri generali per la valutazione delle performance. In alcuni casi, vengono previsti veri e propri comitati paritetici incaricati di monitorare il funzionamento dei target.
La presenza di norme collettive non azzera il potere direttivo, ma lo incanala entro parametri condivisi. Ad esempio, possono essere fissati limiti massimi alla quota variabile, regole per la modifica degli obiettivi in caso di eventi straordinari, o obblighi di informazione preventiva alle RSU. Tutti elementi che il giudice, in caso di contenzioso, tende a valorizzare.
A livello aziendale o di gruppo, gli accordi integrativi consentono di adattare i sistemi di target alle specificità del settore, introducendo indicatori misti (quantitativi e qualitativi) o prevedendo soglie minime al di sotto delle quali non scattano effetti negativi. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il coinvolgimento sindacale in fase di cambiamento: modificare radicalmente la struttura degli obiettivi senza confronto espone a contestazioni di natura collettiva e a un inevitabile peggioramento del clima interno.
Controllo giudiziale sugli obiettivi: prove e oneri processuali
Quando il sistema di obiettivi individuali finisce davanti a un giudice, il terreno si sposta sulla prova. Il datore di lavoro, che ha esercitato il potere direttivo, deve dimostrare la legittimità delle proprie scelte, tanto nella fissazione dei target quanto nelle conseguenze tratte dal loro mancato raggiungimento. Non basta affermare che “così fa il mercato” o che “è prassi nel settore”.
In genere, l’onere di provare l’abuso o la discriminazione grava sul lavoratore, ma una volta allegati elementi concreti (andamento dei risultati, comparazione con colleghi, mail interne, statistiche di reparto), il datore è chiamato a fornire una spiegazione oggettiva e coerente. La documentazione diventa fondamentale: storici di vendita, report di attività, criteri di assegnazione dei portafogli, verbali di riunioni.
Il controllo giudiziale non sostituisce le scelte organizzative dell’impresa; ne verifica però la ragionevolezza, la non arbitrarietà e la conformità a legge e contratti. In presenza di sanzioni disciplinari o licenziamenti basati sul mancato raggiungimento di obiettivi, la magistratura tende a scrutinare non solo la condotta del lavoratore, ma anche la congruità del target e l’effettiva possibilità di conseguirlo nelle condizioni date. Da qui l’importanza di mantenere tracciabilità delle decisioni e coerenza nel tempo.
Come strutturare policy aziendali conformi e difendibili in giudizio
Per rendere i sistemi di target sostenibili e difendibili, le imprese hanno bisogno di policy aziendali chiare, scritte e applicate con coerenza. Il primo passo è definire procedure formali per la fissazione degli obiettivi individuali, con responsabilità chiare: chi decide, con quali dati, in quali tempi. Il coinvolgimento della funzione HR e, nei gruppi strutturati, della direzione legale, riduce il rischio di scelte estemporanee dei singoli responsabili.
Una buona policy dovrebbe prevedere: criteri standardizzati per la costruzione degli obiettivi, momenti di confronto con il lavoratore, possibilità di revisione in presenza di eventi straordinari, divieto di target punitivi o ritorsivi. È utile introdurre anche indicatori qualitativi (qualità del servizio, rispetto delle procedure, collaborazione interna) per evitare che l’attenzione esclusiva sul numero distorca i comportamenti.
Sul piano probatorio, è essenziale curare la tracciabilità: comunicazioni scritte degli obiettivi, verbali di colloqui di performance, report periodici, spiegazioni motivate delle eventuali modifiche. Strumenti che, in caso di contenzioso, consentono di mostrare un percorso decisionale non improvvisato. Un po’ come in una squadra sportiva di alto livello, dove il piano gara, i carichi di allenamento e le statistiche sono documentati e condivisi, anche nell’azienda la gestione dei target richiede metodo, memoria e coerenza nel tempo.





